Il ballo di Simone
Simone Cristicchi emoziona all’Ariston con “Quando sarai piccola”: perchè il suo successo divide pubblico e critica.
Simone Cristicchi riporta il cantautorato a Sanremo. Questo il punto di partenza che, forse, stona con i tempi moderni e l’attualità. La canzone deve essere accompagnata da una performance, mentre prima – quando Sanremo era Sanremo e non c’erano ancora “fattori X” da trovare o “Amici” da salvare – a fare la differenza erano i brani.
Luigi Tenco (che molti conoscono grazie al famoso premio a lui dedicato) ha posto l’accento sull’importanza di essere piuttosto che apparire. Il viatico poteva e doveva restare questo: i tempi cambiano e le belle parole – in tutti i sensi – non bastano più.
Cristicchi, un poeta mainstream
Non serve, a dirla tutta, neanche la voce grazie all’autotune. Ci sono (e devono rimanere al centro di Sanremo e della musica italiana) le idee. Una canzone, per essere considerata tale e arrivare a più persone possibili, deve avere diverse dimensioni. Quella emotiva, quella musicale e quella mediatica.

Brani orecchiabili diventano hit senza essere necessariamente dotati di un bel testo, parole potenti non arrivano perché magari non sempre riescono ad avere la giusta cornice. La verità sta nel mezzo, anzi nei mezzi (di comunicazione). Oggi, a differenza di moltissimi anni fa, il cantautore non promuove soltanto la propria musica: diventa promotore di sé stesso.
Meno promozione, più sostanza
Dunque non è una novità, ormai da qualche tempo, vedere artisti e artiste popolare eventi e ricevimenti al pari di qualsiasi ragazzo o ragazza immagine. Non è soltanto una questione di melodia: tutto – compreso il modo di porsi – diventa asset e quindi macchina da visualizzazioni. Ecco perché Elodie o Fedez (per citare due fra i più acclamati al Teatro Ariston) incidono dischi, promuovono abiti e sponsorizzano eventi.

La musica non è finita: è cambiata. Apparire conta quanto essere, anzi esserci. Gli streaming oggi sono anche figli delle presenze sui nuovi media: più una voce è accompagnata da post e attitudini convincenti e maggiori saranno le possibilità di ascoltarla ovunque. Concetto che Tenco, ma non solo lui, ripudiava in ogni senso.
Torna la canzone manifesto
La canzone per quelli di un’epoca passata, ma non ancora così remota, era impegno sociale e politico. Crocevia emotivo di sentimenti, sensazioni e tumulti. Una valvola di sfogo che, in alcuni casi, poteva addirittura diventare manifesto. Convinzione che, nel tempo, si è modificata grazie alle evoluzioni e i mutamenti di un’era globalizzata in cui le pretese sono cresciute esponenzialmente. A qualsiasi livello. Anche più delle aspettative.

Incidere un disco, registrare un brano – oggi – è il frutto di esigenze economiche. C’erano anche agli inizi di Sanremo, ma nessun cantante (o quasi) degli anni ’60-70 (anche ’80) faceva il proprio per dovere. Era, innanzitutto, una passione: si doveva mangiare e vivere, quindi la parte economica restava centrale ma Tenco, Guccini, Battisti, non pensavano – mentre scrivevano capolavori – agli ascolti; non guardavano le classifiche e gli introiti. Contava la resa.
Da Battisti a Bertoli
“Il mio canto libero” era libero veramente da qualunque logica industriale e possibile retropensiero. Doveva arrivare al cuore di chi ascoltava. Questo incideva – per rimanere in tema – anche sui tempi di lavoro. Non c’erano scadenze o, se c’erano, venivano considerate relativamente.
Pierangelo Bertoli, altro cantautore che ha fatto delle parole un vanto, insegna che quando l’ispirazione chiama bisogna rispondere. Anche se questa non coincide con il volere altrui. Lo stesso artista, quando propose “A muso duro”, venne ostacolato perché il brano – secondo la stima di alcuni addetti ai lavori dell’industria musicale – non avrebbe reso.
“A muso duro” contro i pregiudizi
Porte chiuse e diffidenza, a cui Bertoli ha saputo fare spallucce. Non era semplice, ma gli artisti (all’epoca) erano tali proprio perché ancora capaci di far valere il proprio peso. Non era superbia, ma semplice consapevolezza.
Oggi la ritroviamo sotto altre forme: la musica, come ogni tipo di arte, è risultato di tempi in cui tutto è più immediato. Rapido. A portata di click. Dunque anche un brano (o un disco) deve essere immediato, pronto, disponibile. La concorrenza è serrata e la capacità di arrivare prima, in qualunque maniera, viene premiata.
La licenza poetica vince ancora
A quale prezzo? La domanda se la fanno in pochi, ma chi è in grado di porla con i dovuti modi spesso fa la differenza. Torniamo, quindi, a Simone Cristicchi. Un cantautore che ha fatto dell’ironia la propria cifra stilistica iniziale (“Vorrei cantare come Biagio” docet) per poi passare a qualcosa di più profondo.

Lontano dalle banalizzazioni e vicino all’introspezione più diversa. Attinge, senza neanche farne troppo mistero, al teatro canzone e porta su nuovi livelli tematiche socio-politiche e culturali importanti. Dalla salute mentale (con “Ti regalerò una rosa”) alla precarietà del sistema culturale attuale che condanna i giovani a una dispersione di idee e possibilità sempre maggiore (“Studentessa universitaria”), fino ad arrivare all’accudimento di una persona cara.
Potere alla parola
La vecchiaia e il rapporto che cambia con i propri cari quando si ammalano e sono prossimi alla dipartita (“Quando sarai piccola”). Un artista simile paga il fatto di essere un alieno e non si tratta semplicemente di gusto. La questione è legata alle tematiche e al modo di affrontare un percorso artistico: Cristicchi può piacere o non piacere, ma senz’altro resta nella mente delle persone con quelli che non sono semplici brani, bensì poesie d’autore messe in musica. E questo, oltre i gusti e le influenze musicali di ciascuno, spaventa.
Contro i tormentoni
In una scena musicale attuale dove comanda la velocità di esecuzione e vincono i ritornelli tormentone che entrano nella testa (“Ho visto lei che bacia lui, che bacia lei, che bacia me”), Cristicchi è la mosca bianca – per non dire ‘pecora nera’ – da allontanare come la peste. Qualcuno che osa parlare di ciò che non deve essere nominato e cantato: la caducità della vita, la dipartita di un genitore o peggio ancora la malattia.
Argomenti che non solo dividono, ma terrorizzano perché tutti sono pronti a vivere ma quasi nessuno è pronto a morire. Pochi hanno davvero coscienza con quella che sarà la fine. Infatti argomenti così scottanti vengono affrontati all’Ariston (Fedez parla di depressione) e non solo, ma il contorno è diverso. La cornice musicale è più ritmata e cadenzata al punto giusto da rendere il brano meno “pesante” e solenne.
Il flusso di coscienza diventa consenso
Asciugarlo dalla profondità che, invece, Cristicchi porta in ogni parola che esprime. Al punto che per alcuni è furbo: il dolore di un figlio percepito solo e unicamente come espediente per ottenere consenso. Spoiler: il cantautorato è acclamazione. Il consenso lo cerca chiunque, ma quel che oggi si fatica a comprendere (e il motivo sono anche gli standard di guadagno sempre più alti) è che esistono diversi modi di ottenerlo. Cristicchi si è messo a nudo, infatti la canzone è un prodotto di 5 anni prima, lasciando maturare quello che aveva dentro. Nessuna strofa ammiccante, nemmeno un inciso reiterato. Potere alla parola: semplice, diretta, devastante.
“Per restituirti tutto quell’amore che mi hai dato”
— Festival di Sanremo (@SanremoRai) February 12, 2025
🎤 Simone Cristicchi 🎧 Quando sarai piccola
L’esibizione integrale è su RaiPlay
In audio su RaiPlay Sound #Sanremo2025 pic.twitter.com/4vC2bZm9GJ
“Quando sarai piccola” è questo e, in un popolo abituato a esaltarsi (forse anche per via del periodo buio vissuto nel recente passato: dal Covid alle guerre in continuo mutamento), spaventa. Allontana. Divide. Allora si preferisce pensare che Cristicchi sia l’ennesimo doppiogiochista, ipocrita e calcolatore.
Le cicatrici alla ribalta
In realtà il cantautore di Roma ha solo fatto quello che qualcuno prima di lui avrebbe potuto e dovuto fare, ma non ha avuto il coraggio: dimostrare che niente dura per sempre. Persino il cinismo delle persone. E l’ha fatto sul palco dove l’infinito sembra a portata di mano: l’Ariston, che tra lustrini e paillettes ha costruito il velo di Maya sulle cicatrici di una nazione ferita e miope di fronte al mondo che cambia. Voleva cantare come Biagio, poi ha preferito rimanere sé stesso. E questo, nell’Italia di oggi, non può essere perdonato.