Chi supporta (davvero) l’occupazione israeliana in Italia e non solo

Andrea Desideri
Andrea Desideri

Mara Venier, involontariamente, ha sollevato una questione che esiste da più di 50 anni: il contributo economico all’occupazione. I numeri.

Quello che è successo a Domenica In, ovvero la Rai che prende le distanze sul piano istituzionale dalla questione palestinese attraverso un comunicato ufficiale, ha scatenato polemiche e atti sovversivi sul piano mediatico che richiamano al boicottaggio della televisione pubblica.

Secondo molti utenti, la Rai Radiotelevisione Italiana – e nello specifico Mara Venier, che ha dato seguito alle parole dell’Amministratore Delegato Roberto Sergio dopo che Ghali ha risposto all’Ambasciatore israeliano a Roma che lo tacciava di propaganda anti Israele all’Ariston – si sarebbe mostrata indifferente alle morti sul suolo palestinese prendendo le distanze da una questione che dovrebbe essere di interesse mondiale.

Mara Venier e le distanze da Ghali

Distanze relative, perché il comunicato sottolinea il pieno sostegno e la totale solidarietà a Israele. Dimenticando la parte avversa. Questo non è Risiko, ma i morti – quel che cercavano di dire Dargen D’Amico e Ghali in diretta a Domenica In – non hanno colore. Chiedere “Stop al genocidio” resta per molti (Rai compresa) un atto sovversivo al punto tale da dover “rettificare” – o meglio aggiustare il tiro – con un comunicato stampa.

Palestina Mara Venier
Mara Venier nel mirino dopo l’ultima puntata di Domenica In (ANSA-andreadesideri.it)

Tuttavia la questione è molto più complessa e non si dipana, come hanno suggerito molti a mezzo social, evitando di guardare i canali Rai, oppure esponendo Mara Venier alla pubblica gogna, per due motivi: il primo è che Mara Venier – come tutti i dipendenti Rai o di qualsiasi altra azienda – essendo sotto contratto deve rispettare una linea editoriale.

La solidarietà a Israele in diretta tv

Tradotto: se Roberto Sergio avesse diramato una nota ufficiale con scritto “da oggi la Rai cambia gli infissi e diventano rossi”, Mara Venier avrebbe dovuto leggere quello. Poteva evitare, in generale, di aggiungere sue considerazioni a fine lettura. Doveva, sicuramente, evitare di parlare a nome di “tutti”. Resta la posizione della Rai. Non di tutti e non solo in merito alla questione palestinese. C’è ancora un libero arbitrio che deve valere, oltre a una pluralità da difendere nella comunicazione e nell’informazione.

Il comunicato Rai letto in diretta tv (via Twitter)

Il secondo motivo riguarda la composizione economica sul territorio: è impossibile chiedere a Mara Venier di prendere in mano la situazione – riguardo al conflitto sulla Striscia di Gaza – perchè resta la pedina di un sistema più complesso.

Il ruolo dell’Onu

E lo dice l’Onu (che non nomina la conduttrice, ma stila un database in grado di determinare nel dettaglio chi contribuisce in Italia e non solo all’occupazione israeliana): esiste, infatti, un database pubblico promulgato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che annovera le imprese coinvolte in attività legate agli insediamenti nei territori palestinesi occupati. In gergo vengono definiti OPT. Un “sodalizio economico” che dura da oltre 50 anni.

Onu Palestina
Il ruolo dell’Onu nell’occupazione israeliana (ANSA-andreadesideri.it)

La creazione di questo database comincia nel 2016 ed è stata pubblicata nel 2020. L’elenco di imprese è in costante aggiornamento. La necessità di questa lista è dovuta alla volontà di tenere d’occhio la situazione perchè – secondo il Diritto Internazionale – tutti gli insediamenti nei territori sono da considerarsi illegittimi e in contrasto con le norme vigenti e convenzionali.

Le imprese coinvolte

Il rapporto, nello specifico, non è di carattere giudiziario sulle imprese. Non gli vengono fatte le pulci. Viene stilato per una questione di trasparenza e dialogo tra Stati. In definitiva: ci sono dinamiche contrarie alle norme del Diritto Internazionale e bisogna, quantomeno, saperlo.

Poi occorrerebbe agire, ma anche stilare questo elenco è stato difficile. A causa dei pochi rapporti vigenti tra l’Ufficio dell’Alto Commissario e le aziende in questione. Ci sono voluti anni di indagine e, in questo percorso, solo 15 delle 112 aziende presenti in quella che – a tutti gli effetti – è una black list sono state rimosse.

Nello specifico, sostenere l’occupazione israeliana sul suolo palestinese significa rispondere a parametri ben precisi che la stessa ONU ha stilato e vanno dall’utilizzo delle risorse naturali del territorio per fini commerciali alla fornitura di materiale per favorire l’espansione degli insediamenti, del muro o dei checkpoint, oltre ad attrezzature mirate alla distruzione di abitazioni, caseggiati e strutture.

I numeri del sostegno

Rispetto alle imprese analizzate, 94 hanno sede in Israele mentre 18 si trovano in altri 6 Stati. Secondo la statistica, maggiori introiti a questa campagna di occupazione derivano dal settore turistico: in prima linea ci sono Airbnb, Booking ed Expedia. Senza contare TripAdvisor ed EDreams. La lista serve ad alimentare una presa di coscienza da parte della Comunità Internazionale. L’imperativo condiviso è quello di rafforzare la sensibilità degli Stati all’occupazione illegittima dei territori.

Meloni Crosetto
Le nuove rotte di mercato sull’asse Italia-Israele (ANSA-andreadesideri.it)

Dall’inizio del conflitto (sulla Striscia di Gaza e non solo) 24,5 sono i milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria. Numero in costante crescita dopo gli accadimenti degli ultimi mesi, i bambini sono nel mirino. Utilizzati anche come “merce di scambio” all’interno di trattative di resa che restano solo nel campo delle eventualità.

Il commercio delle armi

Gli strumenti dell’occupazione israeliana sono prevalentemente armi: le società coinvolte si limitano a sovvenzionare campagne economiche, il resto lo fanno (anche) i Governi. Nella fattispecie in dieci anni le aziende hanno venduto armamenti per 120 milioni di euro, ma gli acquisti sono stati più del doppio. Intorno ai 12 milioni l’anno.

Veniamo all’Italia: gli armamenti acquistati dal nostro Paese in dieci anni sono pari a 250 milioni di euro. Lo Stivale è “legato” a doppio filo con Israele da quasi un secolo, in quasi tutti i settori: dalle politiche all’editoria, passando per la tecnologia. L’industria Tech è ancora oggi molto fiorente. Tradotto in cifre, vuol dire che l’Italia esporta armi nel mondo per 5,3 miliardi di euro.

La “taglia” dello Stivale

Il valore della vendita – al netto delle trattative – è pari a 3,8 miliardi. Nel 2022 Israele ha ricevuto armi dall’Italia per quasi 9,3 milioni di euro. Anche grazie a questo le esportazioni di materiale bellico sono in ascesa. Il picco massimo – con Israele – l’Italia lo ha raggiunto nel 2019 attraverso un foraggiamento quasi 30 milioni di euro. La percentuale più bassa, in termini economici, corrisponde a 370mila euro nel 2014.

Lo Stivale non solo sovvenziona attraverso le esportazioni, ma acquista da Israele e non solo: i numeri della compravendita – realizzati da PagellaPolitica – sono importanti. Nell’ultima decade l’Italia ha acquistato armamenti da Israele per 251 milioni di euro. Solo nel 2017 i milioni spesi sono stati 56, mentre nel 2018 si è scesi a 4. Nel 2022, invece, si è risaliti a quota 10. 9,8 per la precisione. Sulla base di queste cifre, non è sufficiente cambiare canale. Sia in tv che altrove. Occorre, semmai, cambiare atteggiamento.

Andrea Desideri
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