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Il “Dopo di noi” arriva al cinema, ma l’assistenza ai disabili gravi resta un’utopia

Andrea Desideri
Andrea Desideri

Le opere cinematografiche di Greta Scarano e Michela Giraud diventano un manifesto perché dimostrano quanto sia importante una concreta attuazione della legge “Dopo di noi”

“Il cinema è una notizia che non finisce mai”. Da queste parole, dette da Francois Truffaut nel 1981 all’interno dell’unica intervista-confessione che il padre della Nouvelle Vague ha concesso, sono passati 44 anni. Quasi mezzo secolo in cui la Settima Arte è cambiata, così come la società: le opere cinematografiche incarnano – ancora e quasi sempre – confessioni più o meno intime. Oppure, in rari casi altrettanto intensi, esigenze della società in ambito culturale, sociale e politico.

Film di questo tipo, spesso, sono definiti impegnati: nel senso che si prendono l’impegno di tradurre esigenze di popolo in lungometraggio, anche registi e produttori talvolta si schierano. Quando accade le discussioni, non solo dal punto di vista critico e analitico, aumentano esponenzialmente in base a quel meccanismo – sempre valido – del bene o male purchè se ne parli. 

Il cinema diventa sociale

Affrontare un tema, anche sul grande schermo, per quanto spinoso sia, vuol dire occuparsene. Ecco perché oggi, a differenza di mezzo secolo fa, un’opera impegnata suscita più scalpore: molte battaglie a livello sociale e politico sono state vinte grazie all’ambizione e alla volontà di registi e produttori che hanno deciso di scommettere su un filone poco battuto, ma necessario. 

Nel recente passato, il film “Sulla mia pelle” – con la regia di Alessio Cremonini – è riuscito a raccontare l’epopea degli ultimi giorni di Stefano Cucchi, evidenziando anche la volontà della sorella Ilaria nel far luce sugli abusi che il fratello aveva subìto in detenzione, in maniera chiara e senza sconti. Questo è servito anche alla Giustizia per fare importanti passi avanti sul caso. Rimettere in moto la macchina, accendere nuovamente i riflettori su una vicenda che sembrava (ma non lo era affatto) sopita. Di opere come quella di Cremonini ce ne sono molte, non abbastanza per risolvere i non detti che attanagliano l’Italia, ma quanto basta per confermare la voglia di cambiare rotta. 

L’impegno di Greta Scarano e Michela Giraud

Questa volontà l’hanno mostrata (e dimostrata) anche Greta Scarano e Michela Giraud. Entrambe firmano un esordio alla regia arrivando da un percorso interpretativo molto serrato: la prima ha preferito misurarsi come attrice di corto e lungometraggi, mentre la seconda ha messo in mostra la propria vis recitativa grazie a monologhi e performance di vario genere. 

M. A. Monti, Y. Tuci, M. De Angelis
Una scena de “La vita da grandi”

Michela Giraud, infatti, è nota in prevalenza per la stand-up comedy. La fama come monologhista l’ha portata anche a misurarsi con ruoli complessi da interpretare: le porte della Settima Arte si sono aperte dopo una lunga gavetta. La regia, per quanto riguarda la Giraud, è sempre stato un sogno nel cassetto che ha deciso di aprire quando le è stata data la possibilità di cucirsi una storia su misura. Così lei, nel 2024, è uscita al cinema con Flaminia

“La vita da grandi” e “Flaminia”: due film manifesto

Una commedia corale che affronta anche il tema della disabilità parlando, tra il serio e il faceto, dello spettro autistico e di come le famiglie devono fronteggiare l’evoluzione di una patologia fin quando è possibile. La domanda al centro di tutto è: poi cosa succede? Una volta che la famiglia viene meno, oppure diventa anziana, le persone con disabilità grave come continuano la propria vita? A questa domanda Giraud ha provato a rispondere alla sua maniera, tra riflessioni e battute al vetriolo. 

Matilda De Angelis ne "La vita da grandi"

Ridere, ma anche riflettere. Sullo stesso piano ha voluto misurarsi Greta Scarano: la donna, anche lei per la prima volta dietro la macchina da presa, ha saputo confrontarsi con dramma e commedia, tra successo e capacità. L’esordio alla regia è figlio della volontà di raccontare la storia dei fratelli Tercon. I quali hanno un account Instagram dal nome evocativo: i Terconauti. Cresciuti insieme, il fratello maggiore è affetto da autismo e sua sorella cerca di emanciparlo volendo assecondare il suo desiderio di diventare cantante. 

Un obiettivo comune

Entrambi partecipano a una puntata di Italia’s Got Talent, ma per arrivare a questo è stato fatto un lavoro di accrescimento e maturazione importante con il fratello. Una “formazione” necessaria per entrambi, raccontata nel libro: “Mia sorella mi rompe le palle. Una storia di autismo normale”. Greta Scarano è partita da qui, per sviluppare fedelmente il resto. Protagonisti dell’opera: Matilda De Angelis e Yuri Tuci (interprete autistico per la prima volta sullo schermo). 

Una vicenda necessaria che, anche in questo caso, accende i riflettori sul dopo. Cosa sarà di ragazze e ragazzi con disabilità gravi quando le famiglie non potranno più assisterli? All’interrogativo dovrebbe saper rispondere una legge che, attualmente, è in vigore da 9 anni chiamata “Dopo di noi”. Nello specifico consiste nell’erogazione di fondi specifici, da parte del Ministero delle Politiche Sociali, frazionati tra le diverse Regioni per promuovere percorsi di vita dedicati a gruppi di utenti. All’interno di appartamenti attrezzati con operatori qualificati. 

“Dopo di noi”, una legge in stallo

Una sorta di proseguo di quel che si è appreso negli anni di crescita. Tra il dire e il fare, però, ci sono di mezzo le possibilità: la sperequazione, a livello territoriale, rende tutto più difficile. Quindi – a oggi – ci sono regioni più avanzate nell’adeguamento e la gestione delle disabilità gravi e regioni che, invece, rimangono in attesa. 

Un’attesa che diventa cronica fino a mutarsi in completa stasi. Lo conferma l’ultima analisi della Corte dei Conti, pubblicata lo scorso gennaio, che attesta come l’applicazione della legge “Dopo di noi” sia in ritardo rispetto agli obiettivi preposti. Le ragioni sono di natura economica, ma anche burocratica.  

I conti non tornano

466 sono i milioni stanziati per l’attuazione della legge “Dopo di noi”, ma tra il 2016 e il 2022 (contando le stime più recenti), a disposizione ce n’erano appena 240. Poco più della metà da trasferire alle Regioni e di questo capitale buona parte resta inutilizzata. Rendere più efficace l’attuazione della norma resta un bisogno primario: l’urgenza – non solo tra le famiglie con persone con disabilità gravi – è chiara. Nulla può più essere rimandato. 

Le risorse ci sono, ma – come afferma RedattoreSociale – soltanto 6 regioni su 20 hanno le risorse a disposizione. Nel senso che sono state effettivamente stanziate. Le altre restano in attesa. Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Toscana e Piemonte le regioni “fortunate” che hanno ricevuto i fondi previsti. Quest’erogazione parziale implica anche un numero ridotto, rispetto alle previsioni, di beneficiari

L’allarme della Corte dei Conti

Appena 8500 – negli ultimi anni – sono le persone che hanno usufruito degli indennizzi a disposizione. C’è un gap di 100-150mila persone ancora in attesa. La Corte dei Conti ha chiesto, nella fattispecie, una verifica ulteriore alle istanze di Governo per quanto riguarda la gestione effettiva delle risorse del Fondo. 

Anche perché (e questo è un problema collaterale) le spese stanno aumentando e, se i fondi (contando le regioni a cui li hanno già erogati) arrivano a singhiozzo rispetto all’intero capitale a disposizione, diventa ancora più difficile ottemperare alle necessità crescenti. Alcune delle quali, in alcune parti d’Italia, non possono essere procrastinate. Di alloggi, comuni e non comuni, adibiti per persone con disabilità ce ne sono sempre meno

Il futuro in prima visione

Questo vuol dire una vita inaccessibile, un futuro indecifrabile e tante paure per genitori anziani che vivono come una spada di Damocle l’avvenire dei figli. Una dipartita non si può evitare, ma la dispersione di risorse sì. L’opera di Greta Scarano – così come quella di Michela Giraud – diventa un manifesto perché mostra l’impegno di parenti e amici nei confronti di familiari con disabilità gravi ma questi non possono essere considerati degli “eroi”: hanno bisogno di assistenza e sostegno. 

Ecco perché film del genere dimostrano soprattutto che la disabilità non può essere ignorata o sottovalutata. Se il cinema impegnato, per tornare alla presa di coscienza in stile Truffaut, ha dimostrato che problemi ed emozioni restano sotto gli occhi di tutti, è arrivato il momento di non girarsi dall’altra parte. Nemmeno dopo i titoli di coda.

Andrea Desideri