Fuori di Tesla: perchè Musk è diventato un problema per la sua azienda
Elon Musk messo alle strette dal CDA di Tesla: “O torni in azienda, oppure ti rimpiazziamo”. La telefonata che ha fatto tremare l’America.
Gli inizi di maggio sono sinonimo di rinascita, non solo perché la bella stagione inizia a essere alle porte, ma anche e soprattutto perché – in ambito finanziario – si comincia a programmare l’anno che verrà. Il 2026 non è ancora arrivato, ma le grandi aziende sanno (o dovrebbero sapere) già cosa fare.
Questa consapevolezza ce l’ha anche Elon Musk, ancora – secondo le recenti statistiche – l’uomo più ricco del mondo insieme a Jeff Bezos, che a inizio mese ha ricevuto una telefonata tutt’altro che edificante. All’altro capo del filo c’era una rappresentanza dei dirigenti di Tesla: il CDA chiede un allontanamento di Musk dalla società. Sarebbe meglio dire informa, perché il Consiglio d’Amministrazione, alla luce delle recenti analisi di mercato (Tesla ha perso soltanto negli USA il 70% in Borsa e il 20% nelle vendite, mentre in Europa i tassi in negativo sono molto più alti), ha già deciso di mettere alle strette Musk.
L’impegno con Trump è un boomerang
Il braccio destro di Trump, colui che ha investito un quarto di miliardo di dollari nella campagna elettorale del Tycoon, non convince gli investitori. In altre parole: se Tesla va male, in questo momento, la colpa è di Musk. Alla base della caduta libera a livello societario ci sarebbero diversi fattori, tutti imputabili all’atteggiamento – tutt’altro che rassicurante – del magnate di Pretoria: in primis la vicinanza dell’imprenditore naturalizzato USA a Trump non è ben vista dal mercato globale.

Non convincono i ripensamenti sui dazi, una costante altalena che fa impazzire la Borsa e gli asset finanziari, senza contare l’atteggiamento nei confronti dei dirigenti alla Casa Bianca. Musk, da quando Donald Trump è tornato alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, non dorme nello Studio Ovale ma quasi. Attualmente il fondatore di Tesla, nonché attuale CEO della società, staziona al DOGE. Un dipartimento creato ad hoc per implementare l’efficienza governativa.
L’ultimatum del CDA
Tradotto: Musk ha pieni poteri per quel che riguarda la gestione delle risorse inerenti all’Amministrazione Pubblica. Il magnate, al momento del suo insediamento, ha promesso di tagliare due triliardi di dollari tra licenziamenti e riduzioni in organico. Campagna elettorale, semplice propaganda, avrà pensato qualcuno: Musk, invece, ha provato a farlo davvero. Ci è riuscito solo in parte, perché falcidiare l’Amministrazione Pubblica a suon di tagli al personale non è ammissibile. Almeno non nei termini proposti dall’imprenditore.

Quindi la Giustizia USA ha messo un freno a quella che, dagli esperti di economia politica americana, è stata definita una “follia istituzionale”. La fama di Musk, in negativo, è arrivata anche sui tavoli di Tesla e gli investitori sono scappati. Ecco spiegato anche l’appello di Trump, con tanto di Tesla rossa fiammante su cui ha fatto un giro pubblicamente, a investire in determinati tipi di auto. Non è bastato a calmare le acque, agli azionisti non piace neppure che Musk si sia gradualmente defilato dal punto di vista gestionale.
Tesla cerca un nuovo CEO
In questi 100 giorni di Governo americano, l’imprenditore ha stazionato al DOGE lasciando da parte il suo primo impegno: essere a capo della Tesla. Quindi è scattato l’aut aut: o Musk torna in società e lascia la Casa Bianca, oppure Tesla passa la mano e si mette alla ricerca di un nuovo CEO. Ai piani alti del colosso automobilistico lo stanno già facendo, la ricerca di una nuova figura – che possa rimpiazzare Musk – è avviata.

L’azienda smentisce lo scoop riportato dal Wall Street Journal, ma la testata non ritratta. L’imprenditore, successivamente alla pubblicazione dell’articolo, ha fatto sapere di tornare a Washington soltanto 1-2 volte a settimana. Il Governo USA non solo accetta di buon grado, ma fa sapere – anche indirettamente – di non amare particolarmente il magnate sudafricano con cittadinanza canadese.
Il motivo sarebbero le continue liti con i dirigenti e le alte cariche americane: l’uomo d’affari che ha portato Trump alla Casa Bianca avrebbe dato, senza alcuna remora, del “cretino” a Navarro. Colui che ha consigliato la politica dei dazi al Tycoon. Non è finita: gli attacchi ripetuti con il Segretario di Stato Marco Rubio rappresentano la ciliegina su una torta sempre più amara e indigesta che non piace a chi è costretto a interfacciarsi con Musk per lavoro.
Musk si defila da Washington
Inoltre, dal DOGE fanno sapere che il suo modo di gestire le risorse interne non sarebbe il massimo: ha depredato il frigo bar e trattato male i dipendenti, tutto a cucchiaiate di gelato al caramello – il suo preferito – che userebbe come “antidoto” alle provocazioni. La realtà, secondo chi è accanto al finanziatore di Trump, è ben diversa: Musk, ora, è costretto a sfilarsi da Washington per tornare a Tesla.

Un passo indietro dovuto, per evitare il tracollo. Alla Casa Bianca lo aspettano, ma senza fretta: il problema è che Musk, attualmente, somiglia a una scheggia impazzita e ovunque vada desta preoccupazione. Trump non può farne a meno, ma resta il Presidente americano più osteggiato degli ultimi 70 anni (lo dimostrano i sondaggi) anche per il rapporto con il magnate. Tesla, invece, sì ma l’imprenditore non intende perdere tutto. Insomma all’ombra dell’industriale sudafricano si celano le prime crepe che potrebbero davvero mettere in difficoltà l’America sul piano economico e politico. E maggio, fra telefonate inattese e passi indietro, non è ancora finito.