Gigi La Trottola, Di Maio e l’effetto boomerang dell’autarchia

Andrea Desideri
Andrea Desideri

Luigi Di Maio lascia i Cinque Stelle per provare a camminare da solo: il nuovo “esperimento” politico del leader tra aspettative e realtà.

Luigi Di Maio, nel 2008, era a Piazza del Popolo nel corso del primo Vaffa Day promosso da Grillo. L’anticamera di quello che pochi anni più tardi sarebbe diventato il Movimento 5 Stelle sull’onda del “tutti a casa”. Dodici anni più tardi Di Maio quella casa l’ha trovata e la lascia, probabilmente voltando definitivamente le spalle a dei princìpi che non sono più tali: doveva mandare via tutti (gli altri, quelli della vecchia politica con cui poi si è alleato) e alla fine ad andarsene è lui. Per rientrare dalla finestra, la stessa da cui si è affacciato 1460 giorni fa gridando di aver sconfitto la povertà tra risate e incredulità.

Cartoline di un percorso frastagliato che fondamentalmente indicano un uomo solo, in grado esclusivamente di girare. Prima Vicepresidente del Consiglio, poi Ministro degli Esteri e precedentemente esponente primario dei Cinque Stelle. Le scale della “discordia” le ha fatte tutte per arrivare a togliersi le scarpe da ginnastica – quelle da uomo del popolo – e arrivare a indossare le calzature con le ghette.

Luigi Di Maio, la nemesi di sé stesso

Dagli autobus alle auto blu. In un perenne effetto boomerang che oggi viene scambiato erroneamente per autarchia: Di Maio non è pronto per andare in solitaria. Il Ministro sta vivendo un proprio (e del tutto personale) eterno ritorno che lo riporta sempre allo stesso punto: ha iniziato la sua avventura politica vagando in una piazza e continua a farlo muovendosi spasmodicamente all’interno del Transatlantico.

Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio

Ora serve andare avanti, insieme, per il futuro. L’ha detto lui, al punto da chiamarci anche il movimento (parola che ritorna) di cui fa parte. Quale futuro e insieme a chi, poi, è da stabilire: sono 62 in totale gli uomini e le donne disposti a seguirlo, sulla carta, perchè qualcuno già fa retromarcia. Allora si può, forse, parlare di spaccatura nella spaccatura a nemmeno 24 ore dalla scissione: “Si riparta dal territorio”, dice Di Maio.

Quale? Quello che non può più girare attivamente dopo che nell’ultima manifestazione per chiedere giustizia e verità per Giulio Regeni si è mostrato vago e inconcludente (gettando alle ortiche il buon lavoro fatto dopo il rientro a casa di Silvia Romano). Come qualche suo collega, al punto che la famiglia del ragazzo è rimasta senza parole, peccato – o per fortuna, dipende dai punti di vista – che gli altri non fossero Ministro degli Esteri. Altrimenti il contraccolpo sarebbe stato furente: così è stato per Di Maio che, senza le stelle, dovrà limitarsi a guardare il cielo per trovare una soluzione tra questo e gli altri sospesi con cui deve fare i conti.

Cinque Stelle, la prova del dieci è fallita

Se la scissione dei Cinque Stelle dimostra – purtroppo – che l’esperimento della Democrazia diretta era (e resta) soltanto una bellissima utopia, allora significa che in Parlamento, al posto della scatoletta di tonno che i pentastellati dovevano aprire, c’è lo sgombero: vale a dire personalità che vagano senza metà poiché hanno finito le certezze.

Beppe Grillo e l’ex capo politico del Movimento Cinque Stelle

Di Maio prova il salto di qualità, ma è un tonfo nel buio. Il finale della Legislatura regala un colpo di coda, perché ora c’è Draghi a tenere unito – gioco forza – qualcosa che già vacilla. Appena Draghi non ci sarà più, Di Maio e i compari che decideranno di seguirlo, saranno ascritti all’ennesima pagina di “Tafazzismo militante”. Potevano mandare tutti a casa, ma dell’abitazione hanno preferito tenersi le poltrone. Il canto del Grillo non funziona più, politicamente irrilevante da quando il capo politico designato ha deciso di comportarsi come uno Scillipoti della prima maniera. “Come si cambia per non morire”, per scoprirlo sono bastati 12 anni. In effetti, rispetto alla “vecchia politica”, le cose vanno più velocemente. Il problema è che non migliorano (quasi) mai.

Andrea Desideri
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