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Sala d’attesa

Andrea Desideri
Andrea Desideri

La detenzione di Cecilia Sala solleva un’altra questione: la tutela degli inviati e inviate di guerra o in zone a rischio. I “corrispondenti con lo zainetto” sono in forte calo.

Essere presenti, raccontare, in molti casi vuol dire vivere scegliendo di prendere una posizione. Questo fanno i giornalisti in zone di guerra e non solo. Per un periodo di tempo sono stati definiti “corrispondenti con lo zainetto”, sintesi di una vita sempre con il trolley pronto. 

Senza una dimora e con tante idee in testa. L’attrezzatura, con gli anni e la modernità, è cambiata. Oggi un cronista gode di strumenti all’avanguardia che permettono anche, volendo, di registrare un podcast o scrivere un articolo da qualunque luogo. 

Cecilia Sala e non solo

Questo fa – tra gli altri – Cecilia Sala. Attualmente la donna è tra i 29 cronisti e croniste più seguiti in Italia. È anche e soprattutto detenuta nel carcere di Evin a Teheran per aver violato le Leggi della Repubblica Islamica, ma la realtà dei fatti è che si trova in stato detentivo colpevole di aver svolto il proprio dovere. 

Iran Cecilia Sala
La giornalista prigioniera in Iran

Raccontare, in alcune parti del mondo si paga a caro prezzo. Qualcuno paga con la vita, qualcun altro con la detenzione forzata. Dietro l’arresto di Cecilia Sala, avvenuto il 19 dicembre scorso, c’è Mohammad Abedini Najafabani: ingegnere 38enne dal doppio passaporto, svizzero e iraniano, fermato a Malpensa quando Sala veniva arrestata. 

Un filo rosso tra Italia, Stati Uniti e Iran

I capi d’accusa sono piuttosto importanti: violazione delle Leggi sull’esportazione, associazione per delinquere e appartenenza a un’organizzazione terroristica. La sua libertà potrebbe valere anche quella di Sala. La donna, infatti, è una pedina di scambio per cercare di far ottenere all’uomo i domiciliari in Svizzera. 

Attualmente è nel carcere di Opera, ma negli Stati Uniti rischia l’ergastolo. Ecco perché – in attesa di capire se sarà estradato in USA – vorrebbe mettere pressione per avere una custodia domiciliare. In Elvezia o in Italia. Lo Stivale, tuttavia, si è già espresso: l’uomo resta in carcere. Esiste un alto pericolo di fuga

In galera, senza però avere accuse circostanziate, rimane anche Cecilia Sala. Ora l’Italia deve trovare un altro modo per liberarla: i legali stanno puntando sul ritardo nella formulazione delle accuse da parte delle autorità iraniane e la mancanza di imputazioni formali. 

C’è poi anche la questione visto: la donna aveva documenti regolari per stare in Iran. Una trasferta giornalistica, la sua, diventata un incubo: la confessione – via telefono – al compagno cronista. “Sono sola, non è arrivato il pacco che mi avevate promesso dall’Italia. Dormo sul pavimento con soltanto due coperte e una luce sparata in faccia. Fate presto!”. 

Il ruolo delle istituzioni

Grido disperato che attiva immediatamente le istituzioni italiane, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha avuto già un colloquio alla Farnesina con l’ambasciatore iraniano: l’Italia vuole Cecilia Sala libera. Il tempo stringe e non c’è spazio per alcuna esitazione. A esitare, invece, sono gli altri: il mestiere che fa Cecilia Sala, inviata e cronista in determinate zone, ha sempre fatto gola a molti non solo per i costi. Anche e soprattutto per quel che si prova nel raccontare – live – il mondo che cambia. 

Cecilia Sala arresto
La cronista in stato di fermo a Evin

Ora i compensi per certi lavori ci sono, ma mancano le tutele. Non si tratta soltanto dell’Italia: il corrispondente di guerra, come viene genericamente chiamato, è in calo. Diventato facile bersaglio con meno possibilità di difendersi rispetto al passato: negli anni precedenti – basta guardare anche soltanto a 10-15 stagioni fa – i giornalisti venivano risparmiati. 

Informare non è reato, ma diventa un pericolo

Vigeva la regola non scritta che la stampa non dovesse essere toccata in alcun modo. I giubbotti con scritto “Press” avevano un senso e una qualche tutela dal fuoco incrociato. Il conflitto sulla Striscia di Gaza ha recentemente dimostrato che il passato conserva determinate regole non scritte, ma nella contemporaneità non vengono applicate. Anche i giornalisti e le giornaliste, in determinate zone, possono essere vessati e – nella peggiore delle ipotesi – uccisi. 

In precedenza quando un cronista moriva veniva considerato un errore umano, oggi è un rischio calcolato. Questo cambio di prospettiva è reale nei numeri: solo nel 2024, secondo la Federazione Internazionale dei Giornalisti, gli operatori uccisi in servizio sono 104

Sempre più vittime tra gli inviati

Esistono zone più pericolose di altre: mappa del pericolo che viene sistematicamente aggiornata. Attualmente la Palestina è il luogo più letale al mondo per i giornalisti. Più della metà delle uccisioni durante l’anno passato riguardano corrispondenti a Gaza, tra media palestinesi e inviati in Libano. 138 giornalisti sono, invece, stati uccisi a Gaza a partire dal 7 ottobre 2023

L’indice di pericolosità non si ferma: subito dopo la Striscia di Gaza, come luoghi a rischio ci sono l’Iraq, le Filippine e il Messico. Non solo la morte: i giornalisti dietro le sbarre sono, a oggi, circa 520 contando anche la presenza in Cina, America meridionale, centrale e settentrionale. C’è poi l’Africa e parti dell’Asia meridionale. Nell’ordine: Pakistan, Bangladesh e India

Libertà di stampa o sopravvivenza

Tutti avamposti che prima erano popolati da operatori e operatrici. Ora i professionisti del settore dell’informazione scappano, cercando soluzioni alternative, al netto dei più temerari. Raccontare cosa succede in quelle zone, tuttavia, diventa fondamentale. 

Meno occhi ci sono sul posto e più difficile sarà riuscire a farsi un’idea. Citando Tajani, il giornalismo non è un reato, ma in troppi casi sta diventando un rischio che sempre più persone vogliono evitare di correre. Non si può morire a causa dell’informazione, ma tra il dire e il fare c’è la (mancata) libertà di stampa e tutele che (nella maggior parte dei casi) sembrano sempre più una chimera. 

Andrea Desideri