In Pino veritas: perchè Insegno non funziona più in tv
Pino Insegno, sul piccolo schermo, non rende come in passato. Le ragioni di questa crisi televisiva non sono dovute (solo) a Giorgia Meloni.
Pino Insegno, a stare nei panni degli altri, ci è abituato per deformazione professionale: ha prestato la voce ai più grandi attori di Hollywood, da Will Smith a Will Ferrell, passando per Matt Dillon e Sacha Baron Cohen.
La capacità di passare, con l’aiuto della timbrica vocale, da una personalità all’altra, però, gli ha creato qualche problema quando a emergere deve essere lui. Una difficoltà tutta attuale, perché i suoi trascorsi dicono ben altro. In passato – non ancora così remoto per chi ha vissuto adolescenza e infanzia negli anni ’90 – era uno dei volti di punta della Premiata Ditta.
Dalla Premiata Ditta a “Il Mercante in Fiera”
Una crew comica, come si definirebbe oggi, che è arrivata alla ribalta grazie a imitazioni e parodie. Insegno, in quel contesto, si distingueva – non era l’unico: un altro collega di spicco è Roberto Ciufoli, che poi ha preferito fare l’attore – particolarmente mostrando anche una propria cifra stilistica.
Successivamente è subentrata, per usare una terminologia affine all’attualità, la carriera da solista: fortuna, in termini di ascolti e non solo, l’ha fatta con “Buona Domenica” e “Il Mercante in Fiera”. Format da basi più che solide, visti i fasti di Mediaset nel 2006, riproposto in Rai due anni fa. A distanza di quasi 17 primavere.
L’approdo in Rai
Cos’è cambiato da allora a oggi? Insegno è sempre lo stesso, a parte qualche capello bianco in più, ma si è modificata l’opinione pubblica. La platea televisiva, nelle ultime stagioni, è stata tutt’altro che clemente con il conduttore e doppiatore italiano.

Un voltafaccia che ha radicalmente modificato l’appeal di Insegno: motivo in più per avere una sorta di timore reverenziale quando si tratta di imporsi nuovamente sul piccolo schermo. Gli ascolti de “Il Mercante in Fiera” su Raiuno sono stati molto bassi, lo stesso vale per “Reazione a Catena”: format in cui ha preso il posto di Marco Liorni. Inizialmente la Rai doveva affidargli anche la conduzione de “L’eredità”, ma le consegne sono cambiate in corso d’opera per timore di un’ulteriore caduta libera in fatto di ascolti.
L’amicizia con Giorgia Meloni
Perché la televisione sembra respingere Pino Insegno? Una risposta, sommaria, riporta al 23 settembre del 2022. Quasi tre anni fa il doppiatore e conduttore italiano presentava Giorgia Meloni, con una celebre citazione de “Il Signore degli Anelli”, al comizio di chiusura della campagna elettorale di Fratelli D’Italia in Piazza del Popolo a Roma.
Quell’introduzione è costata a Pino Insegno contestazioni e polemiche. Meloni, dopo quell’arringa iniziale, non solo ha vinto le elezioni politiche diventando Presidente del Consiglio, ma ha aperto a tutta una serie di esposizioni (mediatiche e non) che, in più di qualche caso, non hanno aiutato. Pino Insegno, suo malgrado, è finito in questo vortice.
Ascolti in caduta libera
Le persone non riconoscevano più l’artista di talento, ma si interfacciavano (stando all’opinione comune) con colui che aveva prestato la voce ai potenti. Insomma Insegno, per il pubblico, è passato dall’essere istrione a diventare cortigiano. Poco importa se l’uomo – in più di un’occasione – ha provato a smarcarsi da qualunque accostamento politico: “Sono amico di Giorgia Meloni, ma quello che fa politicamente sono affari suoi”. Oppure: “Sono in tv per merito, non per l’amicizia con Giorgia”. Insegno ce la mette tutta, ma l’etichetta di professionista asservito al potere gli resta. E questo incide, inevitabilmente, sugli ascolti in Rai.

Affermare che, però, il conduttore e doppiatore non renda in televisione solo per questo motivo sarebbe riduttivo. La tesi dell’amichettismo è un comodo sentiero per evitare di analizzare le pecche che attanagliano un professionista serio: si può (e in qualche caso si deve) migliorare. Soprattutto nella gestione dello spazio televisivo.
Operazione nostalgia fallita
Insegno è stato mandato (al netto di insinuazioni e presunti endoorsement) al patibolo televisivo: è tornato sulla televisione di Stato senza un’idea nuova con tutti espedienti piuttosto datati. Scegliere di tornare in tv con “Il Mercante in Fiera” – programma di quasi vent’anni – senza cambiare una virgola non è stata una scelta felice.

Sapeva Insegno a cosa andava incontro? Forse sì, forse no. Più di una volta ha detto di aver insistito lui a voler riproporre un determinato format. L’effetto nostalgia era chiaro nella mente degli autori (e anche in quella del conduttore), ma la formula andava rinfrescata e modernizzata. Hanno provato a farlo inserendo i vip come concorrenti, non è bastato. “Il Mercante in Fiera” resta una cattedrale nel deserto degli ascolti che ha ottenuto persino le lamentele del TG2 (il programma faceva da traino allo spazio informativo, che puntualmente veniva ignorato).
Reazione a Catena
Insegno, dopo un flop simile, avrebbe potuto e dovuto puntare i piedi. Anche per dimostrare di essere un professionista indipendente e immune (?) alle voci di palazzo. Invece accetta di rimanere in panchina, al netto di qualche comparsata a “Tale e Quale Show”, in attesa di un’altra occasione.
L’opportunità della ribalta arriva con la conduzione di “Reazione a Catena”: gioco estivo, in precedenza condotto da Marco Liorni, che come scopo ha quello di intrattenere le famiglie e gli amanti dei giochi di parole quando a farla da padrone è il caldo.
L’ombra di Marco Liorni
Una pausa televisiva rinfrescante si trasforma in ulteriore gogna mediatica: il pubblico sui social mostra la propria insoddisfazione iniziale, costanti sono i paragoni con Liorni, inoltre qualche momento infelice di programma si distingue agli occhi di chi guarda. Occasione per gettare ancora benzina sul fuoco. L’estate scorsa gli ascolti si ripresero in extremis, ma i numeri rimasero ugualmente bassi.
Dopo un’altra parentesi scialba, un veterano come Pino Insegno avrebbe potuto e dovuto imporsi: al netto delle esternazioni infelici, delle allusioni e delle suggestioni amare (i commenti sulla condizione di Ainett Stephens non hanno fatto altro che peggiorare una parabola già intricata), il conduttore e doppiatore romano – proprio in nome di una fama da tutelare – avrebbe fatto bene a pretendere una considerazione diversa. Tale da non metterlo in condizione di guidare contenitori che hanno già diversi anni di messa in onda e una liturgia precisa, stravolgendola i risultati difficilmente sarebbero diversi. Una fine annunciata che poteva avere qualche scintilla soltanto grazie alla maggiore presa di coscienza di una delle più grandi voci del doppiaggio italiano contemporaneo.
Voice Anatomy, un’occasione sprecata
La sua arte è un punto di forza: Insegno doveva (e poteva) battere su questo. Invece ha lasciato, anche consigliato da un entourage, probabilmente, che gli chiudessero l’unico programma in cui sembrava essere a suo agio: “Voice Anatomy”, in cui analizzava il cinema contemporaneo e passato con l’aiuto di rinomati colleghi doppiatori. Una vera e propria isola felice che avrebbe anche agevolato gli ascolti in una fascia oraria non sempre gratificante in termini di ritorno di pubblico.
Veniamo, quindi, a oggi: quando Pino Insegno, alla presentazione dei palinsesti, ha ancora evidenziato che sarà nuovamente alla conduzione di “Reazione a Catena”. Oltre il danno la beffa: la puntata di esordio coincide con la finale di Roland Garros in cui gioca Sinner.
La battuta su Sinner
Il doppiatore, consapevole che il pubblico stia a guardare il confronto tennistico, ha voluto fare una battuta per stemperare gli animi. “Sinner può prendere una bottarella al gomito, chi lo sa, non è che se non fa una finale…”. A chiunque altro l’avrebbero perdonata, Insegno – invece – ha incassato ulteriori critiche dalla platea Rai e dalla Rete. I social non fanno altro che ripostare lo scivolone mediatico.
L’amicizia con Giorgia Meloni, probabilmente, ha cambiato la sua parabola artistica agli occhi del pubblico ma – dato che la professionalità non gli manca – insieme alle battute farebbe bene a spendere due parole in più con qualche capo progetto: restando in ambito tennistico, il quiz non sembra essere (più) il suo campo. E questo, al netto delle critiche di un pubblico sempre più esigente, potrebbe essere il primo aspetto da cui ripartire per cercare nuovi stimoli e soprattutto diverse collocazioni.































