Autore: Andrea Desideri

Armi Palestina

Chi supporta (davvero) l’occupazione israeliana in Italia e non solo

Mara Venier, involontariamente, ha sollevato una questione che esiste da più di 50 anni: il contributo economico all’occupazione. I numeri.

Quello che è successo a Domenica In, ovvero la Rai che prende le distanze sul piano istituzionale dalla questione palestinese attraverso un comunicato ufficiale, ha scatenato polemiche e atti sovversivi sul piano mediatico che richiamano al boicottaggio della televisione pubblica.

Secondo molti utenti, la Rai Radiotelevisione Italiana – e nello specifico Mara Venier, che ha dato seguito alle parole dell’Amministratore Delegato Roberto Sergio dopo che Ghali ha risposto all’Ambasciatore israeliano a Roma che lo tacciava di propaganda anti Israele all’Ariston – si sarebbe mostrata indifferente alle morti sul suolo palestinese prendendo le distanze da una questione che dovrebbe essere di interesse mondiale.

Mara Venier e le distanze da Ghali

Distanze relative, perché il comunicato sottolinea il pieno sostegno e la totale solidarietà a Israele. Dimenticando la parte avversa. Questo non è Risiko, ma i morti – quel che cercavano di dire Dargen D’Amico e Ghali in diretta a Domenica In – non hanno colore. Chiedere “Stop al genocidio” resta per molti (Rai compresa) un atto sovversivo al punto tale da dover “rettificare” – o meglio aggiustare il tiro – con un comunicato stampa.

Palestina Mara Venier
Mara Venier nel mirino dopo l’ultima puntata di Domenica In (ANSA-andreadesideri.it)

Tuttavia la questione è molto più complessa e non si dipana, come hanno suggerito molti a mezzo social, evitando di guardare i canali Rai, oppure esponendo Mara Venier alla pubblica gogna, per due motivi: il primo è che Mara Venier – come tutti i dipendenti Rai o di qualsiasi altra azienda – essendo sotto contratto deve rispettare una linea editoriale.

La solidarietà a Israele in diretta tv

Tradotto: se Roberto Sergio avesse diramato una nota ufficiale con scritto “da oggi la Rai cambia gli infissi e diventano rossi”, Mara Venier avrebbe dovuto leggere quello. Poteva evitare, in generale, di aggiungere sue considerazioni a fine lettura. Doveva, sicuramente, evitare di parlare a nome di “tutti”. Resta la posizione della Rai. Non di tutti e non solo in merito alla questione palestinese. C’è ancora un libero arbitrio che deve valere, oltre a una pluralità da difendere nella comunicazione e nell’informazione.

Il comunicato Rai letto in diretta tv (via Twitter)

Il secondo motivo riguarda la composizione economica sul territorio: è impossibile chiedere a Mara Venier di prendere in mano la situazione – riguardo al conflitto sulla Striscia di Gaza – perchè resta la pedina di un sistema più complesso.

Il ruolo dell’Onu

E lo dice l’Onu (che non nomina la conduttrice, ma stila un database in grado di determinare nel dettaglio chi contribuisce in Italia e non solo all’occupazione israeliana): esiste, infatti, un database pubblico promulgato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che annovera le imprese coinvolte in attività legate agli insediamenti nei territori palestinesi occupati. In gergo vengono definiti OPT. Un “sodalizio economico” che dura da oltre 50 anni.

Onu Palestina
Il ruolo dell’Onu nell’occupazione israeliana (ANSA-andreadesideri.it)

La creazione di questo database comincia nel 2016 ed è stata pubblicata nel 2020. L’elenco di imprese è in costante aggiornamento. La necessità di questa lista è dovuta alla volontà di tenere d’occhio la situazione perchè – secondo il Diritto Internazionale – tutti gli insediamenti nei territori sono da considerarsi illegittimi e in contrasto con le norme vigenti e convenzionali.

Le imprese coinvolte

Il rapporto, nello specifico, non è di carattere giudiziario sulle imprese. Non gli vengono fatte le pulci. Viene stilato per una questione di trasparenza e dialogo tra Stati. In definitiva: ci sono dinamiche contrarie alle norme del Diritto Internazionale e bisogna, quantomeno, saperlo.

Poi occorrerebbe agire, ma anche stilare questo elenco è stato difficile. A causa dei pochi rapporti vigenti tra l’Ufficio dell’Alto Commissario e le aziende in questione. Ci sono voluti anni di indagine e, in questo percorso, solo 15 delle 112 aziende presenti in quella che – a tutti gli effetti – è una black list sono state rimosse.

Nello specifico, sostenere l’occupazione israeliana sul suolo palestinese significa rispondere a parametri ben precisi che la stessa ONU ha stilato e vanno dall’utilizzo delle risorse naturali del territorio per fini commerciali alla fornitura di materiale per favorire l’espansione degli insediamenti, del muro o dei checkpoint, oltre ad attrezzature mirate alla distruzione di abitazioni, caseggiati e strutture.

I numeri del sostegno

Rispetto alle imprese analizzate, 94 hanno sede in Israele mentre 18 si trovano in altri 6 Stati. Secondo la statistica, maggiori introiti a questa campagna di occupazione derivano dal settore turistico: in prima linea ci sono Airbnb, Booking ed Expedia. Senza contare TripAdvisor ed EDreams. La lista serve ad alimentare una presa di coscienza da parte della Comunità Internazionale. L’imperativo condiviso è quello di rafforzare la sensibilità degli Stati all’occupazione illegittima dei territori.

Meloni Crosetto
Le nuove rotte di mercato sull’asse Italia-Israele (ANSA-andreadesideri.it)

Dall’inizio del conflitto (sulla Striscia di Gaza e non solo) 24,5 sono i milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria. Numero in costante crescita dopo gli accadimenti degli ultimi mesi, i bambini sono nel mirino. Utilizzati anche come “merce di scambio” all’interno di trattative di resa che restano solo nel campo delle eventualità.

Il commercio delle armi

Gli strumenti dell’occupazione israeliana sono prevalentemente armi: le società coinvolte si limitano a sovvenzionare campagne economiche, il resto lo fanno (anche) i Governi. Nella fattispecie in dieci anni le aziende hanno venduto armamenti per 120 milioni di euro, ma gli acquisti sono stati più del doppio. Intorno ai 12 milioni l’anno.

Veniamo all’Italia: gli armamenti acquistati dal nostro Paese in dieci anni sono pari a 250 milioni di euro. Lo Stivale è “legato” a doppio filo con Israele da quasi un secolo, in quasi tutti i settori: dalle politiche all’editoria, passando per la tecnologia. L’industria Tech è ancora oggi molto fiorente. Tradotto in cifre, vuol dire che l’Italia esporta armi nel mondo per 5,3 miliardi di euro.

La “taglia” dello Stivale

Il valore della vendita – al netto delle trattative – è pari a 3,8 miliardi. Nel 2022 Israele ha ricevuto armi dall’Italia per quasi 9,3 milioni di euro. Anche grazie a questo le esportazioni di materiale bellico sono in ascesa. Il picco massimo – con Israele – l’Italia lo ha raggiunto nel 2019 attraverso un foraggiamento quasi 30 milioni di euro. La percentuale più bassa, in termini economici, corrisponde a 370mila euro nel 2014.

Lo Stivale non solo sovvenziona attraverso le esportazioni, ma acquista da Israele e non solo: i numeri della compravendita – realizzati da PagellaPolitica – sono importanti. Nell’ultima decade l’Italia ha acquistato armamenti da Israele per 251 milioni di euro. Solo nel 2017 i milioni spesi sono stati 56, mentre nel 2018 si è scesi a 4. Nel 2022, invece, si è risaliti a quota 10. 9,8 per la precisione. Sulla base di queste cifre, non è sufficiente cambiare canale. Sia in tv che altrove. Occorre, semmai, cambiare atteggiamento.

Gino Cecchettin Che Tempo Che Fa

Quello che gli uomini non dicono

Gino Cecchettin, ospite da Fabio Fazio, ha colpito per le sue parole. La differenza, però, l’hanno fatta i suoi silenzi.

Guardare Gino Cecchettin da Fazio, nel corso della puntata di Che Tempo Che Fa, è stata una lezione. Questo lo hanno già detto in molti, quello che non è chiaro – forse – è la differenza che hanno fatto i suoi silenzi piuttosto che le sue parole. In un momento in cui tutti sbraitano, giustamente, per quel che è successo alla giovane Giulia, Gino Cecchettin appare composto.

Devastato dal dolore, ma in grado di conservare una dignità diversa. Le sue parole sono come mine: afferma di non avere la forza per odiare, perchè odiare prosciuga energie. Concetti che, se li avesse detti qualcun altro, sarebbe stato – come minimo – tacciato di retorica. Cecchettin no: diventa un esempio perchè c’è qualcosa che, in altre circostanze, con altre parole (ugualmente importanti, ma meno efficaci), non emerge.

La banalità dell’odio

Ovvero la credibilità. Di violenza, di femminicidio, di morti se ne parla – purtroppo – ogni giorno. Centinaia di migliaia sono le donne (ma anche gli uomini, quando capita a parti invertite, anche se in forma minore per numeri e percentuali) che denunciano violenze e soprusi ma non vengono credute. Sottovalutate, addirittura tacciate di “esagerazione”.

In un clima dove chi parla di abusi – siano essi vittime o semplicemente personalità istituzionali che dovrebbero affrontare il problema – non solo non viene creduto ma sul piano istituzionale spesso è poco credibile, Gino Cecchettin squarcia il velo di Maya dell’indifferenza con parole note, ma cariche di un nuovo vigore. Quella forza dettata dai silenzi, fra una pausa e l’altra dei suoi ragionamenti, che affondano come lame nella superficialità collettiva.

Cecchettin, da Fazio, non ha fatto politica (come ha erroneamente attaccato qualcuno) ha detto semplicemente qualcosa che semplice non è: non bisogna reprimere i propri sentimenti. Una “lezione” che ha imparato attraverso la malattia della moglie prima e la dipartita di una delle figlie. Il compito delle istituzioni è quello di evitare determinate barbarie, con un costante controllo e supporto che per tanti motivi (in primis la propaganda) in Italia manca.

Il valore aggiunto della sensibilità

Prima delle istituzioni, tuttavia, bisogna puntare sulle persone: diffidare da chi viene etichettato come un “bravo ragazzo”, ma poi non riesce a interpretare uno sguardo. O peggio ancora: colmare una sofferenza. La sensibilità non ha gender, ma registra un forte gap: se un padre (un marito ora vedovo) deve andare in tv per sottolineare la forza e la profondità che può avere un “ti amo”, allora significa che come civiltà abbiamo perso tutti.

Che Tempo Che Fa Gino Cecchettin
Gino Cecchettin da Fabio Fazio in diretta sul Nove (ANSA-andreadesideri.it)

Soprattutto quando c’è ancora bisogno di sottolineare che non è una vergogna scegliere di amare anziché odiare. Non appena questo sarà appannaggio anche delle “persone comuni”, anziché soltanto di coloro che vengono considerati in “odore di santità”, allora qualcosa forse starà cambiando. Può essere vero che l’amore non vince sempre, ma anche quando non trionfa, a prevalere dev’essere il rispetto (subito dopo la dignità). Gino Cecchettin l’ha dimostrato non solo con quello che ha detto, ma anche e soprattutto con ciò che ha scelto di non dire.

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Venezia 80, Stefano Sollima dice “basta” alla Roma criminale con un Adagio

L’ultimo film del regista romano racconta l’altra faccia della medaglia sulla Roma criminale: Adagio è un cerchio che si chiude, quanto basta per indicare una (nuova) rotta.

Stefano Sollima è il primo – a livello cinematografico – che ha iniziato a parlare di Roma criminale. Colui che, intorno al 2008-2009, metteva fine al capolavoro seriale (così è stato definito da critica e pubblico) “Romanzo Criminale”. Prima di lui, sul piano letterario, l’aveva fatto Giancarlo De Cataldo con un libro che è – a tutti gli effetti – un manifesto perchè fa quello che determinati manoscritti fanno: mette ordine. De Cataldo, con Romanzo Criminale, ha rotto un argine.

Era il 2002 e, malgrado a livello letterario si parlasse di mafia, nessuno (o quasi) lo faceva accostando il termine a Roma. Una Città Eterna apparentemente senza macchia, eppure di tracce ne ha avute: ancor più ombre, quelle che De Cataldo ha messo in ordine romanzando fatti realmente accaduti. L’epopea della banda della Magliana – per chi non l’aveva vissuta – presentava tanto pressappochismo e una confusione di base che impediva ai posteri di capire determinate logiche che, nonostante tutto, si sono insinuate nella contemporaneità.

“Adagio” chiude il sipario sulla Roma criminale

De Cataldo gli ha dato una contestualizzazione e uno schema che Sollima ha seguito (prima ancora Michele Placido che, però, non ha approfondito la questione) e sviscerato nella sua più totale chiarezza, andando alla ricerca di quella che viene definita – per l’epoca – una “nuova oscurità”. Un inizio che ha dato vita ad altre sfumature ugualmente intense, tanto nel cinema quanto nella cronaca. Sollima ha avuto la possibilità – riduttivo chiamarla fortuna – di incedere al pari della stretta attualità: quello che raccontava nei film si verificava anche nella realtà e viceversa. È successo con Suburra, ACAB e Gomorra.

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Il regista presenta “Adagio” alla Mostra del Cinema di Venezia (ANSA)

Una serie di progetti che hanno portato anche altri colleghi alla ribalta e all’esigenza di intraprendere quella stessa strada: il regista romano, con qualche capatina in America (impossibile non ricordare “Soldado”), ha dato vita a una vera e propria tendenza. Quella che rivendica un crime action crudo, senza sconti e talvolta profondo.

Un viatico che con Adagio si avvia verso un’inevitabile chiusura: Sollima scrive – a suo modo – la parola fine su una strada ormai ampiamente battuta. È il momento di dedicarsi ad altro, di andare oltre e trovare nuovi stimoli, ma prima serve una chiusura degna: quella calata di sipario che fa dire al pubblico pagante “grazie per aver aperto gli occhi su un tema discusso, ma necessario”.

Il nuovo (e ultimo) sguardo nella notte di Roma

Questo è Adagio: l’ultimo atto di un racconto iniziato con Romanzo e proseguito con Suburra. Vietato dire che è l’ultima parte di una trilogia, ma è lecito ammettere che si tratta della pennellata finale di un genere. La criminalità organizzata, oggi, dopo la violenza degli anni passati, ha un altro tipo di sviluppo: si spara meno, si intimidisce di più.

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L’ultimo film del regista romano presentato a Venezia 80 (ANSA)

“Questi fanno i sòrdi co’ na firma su un pezzo de carta”, potremmo dire citando il Dandi. Sollima in Adagio prende tre volti – più o meno noti non importa – della banda della Magliana e li mette nei tempi moderni. Dove tutto cambia tranne l’esigenza di riaffermarsi: loro rappresentano il passato in una Roma ferita e frenetica che, ormai, è il futuro. Il film affronta – fra azione e profondità – la loro ricerca di un posto dove stare. Proprio a livello di equilibri sociali.

Occasioni perse, certezze da ritrovare, ma soprattutto conti da chiudere. C’è chi considera quest’ultimo il lavoro più intimista del regista, sicuramente è il più ermetico. L’azione c’è, ma è soltanto un tramite per acuire le velleità dei protagonisti: lo sguardo oltre la violenza. Può essere che quel che c’è dietro non sia poi così rassicurante, forse il vero motivo per cui alcuni preferiscono il rischio e la frenesia delle pallottole alla serenità e le paure di una vita che sfiorisce. In cui, alla fine, vincono solo i rimpianti ma non sempre c’è spazio – né tempo – per la redenzione.

Giorgia Meloni

Sua Sanità: come Giorgia Meloni ha privatizzato la salute

La Sanità pubblica sta attraversando il suo peggior momento del passato recente: il Governo Meloni nell’era della privatizzazione.

Tre anni fa venivano omaggiati con il saluto militare, definiti eroi e rispecchiavano le speranze (ultime) di una parte di Paese desiderosa di domani. Dopo più di mille giorni il futuro rischia di diventare stantio per centinaia di migliaia tra medici e infermieri che, in Italia, non smettono di chiedere tutela e considerazione: non si tratta soltanto delle aggressioni che il personale medico deve subire all’ordine del giorno da sovversivi e scettici di ogni tipo, è anche (e soprattutto) una questione di contratti che mancano e garanzie che latitano.

Tutto questo è stato ribadito – ancora una volta – il 24 giugno a Piazza del Popolo in una manifestazione indetta dalla CGIL in difesa del Servizio Sanitario Nazionale. Evento che ha registrato l’adesione di migliaia di associazioni. I numeri sono la forza del dissenso, specialmente quando le cifre fotografano un’incertezza che non accenna ad arrestarsi: liste d’attesa lunghissime, Pronti Soccorsi affollati e assenza di medici di Medicina Generale.

Il Governo Meloni e le mancate promesse sulla Sanità

Questo il quadro di partenza – che sottintende molto altro – con cui fare i conti. Una situazione fatiscente che vede come segnale allarmante il deserto all’interno del settore pubblico, causato principalmente dal sotto- finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale che lascia interi settori a sé stessi: dall’assistenza agli anziani, fino alla Salute Mentale, passando per il sostegno alle persone con disabilità.

Sanità Governo Meloni
La Sanità scende in piazza (ANSA)

I numeri di quest’ecatombe partono dalla spesa (esigua) che lo Stato Italiano intraprende in termini di Sanità: 126 miliardi, il 6,4% del Prodotto Interno Lordo. Cifre distanti da Francia e Germania, Paesi che spendono per la Sanità circa il 10%. Lo Stivale per andare in pari con la tendenza europea dovrebbe spendere – almeno – altri 20 miliardi. In tal caso eguaglierebbe Regno Unito e Portogallo.

40 miliardi, invece, sono il capitale necessario per arrivare ai livelli di Macron e Steinmeier. Giorgia Meloni, dal suo insediamento a Palazzo Chigi, ha promesso che avrebbe invertito la tendenza del passato. Attraverso il Sottosegretario al Ministero della Salute, Marcello Gemmato, ci ha tenuto a precisare: “L’Italia è una fervente sostenitrice della Sanità Pubblica” donando, poi, appena 2 miliardi di euro in più.

Attenendosi alle stime degli ultimi vent’anni, perchè la croce – giusto per rimanere in tema – della Sanità non la porta soltanto la Meloni. Il Primo Ministro italiano, semmai, ha il riconoscimento (anche se è difficile dire se questa sia una “bandierina” di cui fregiarsi) dell’aver privatizzato la Salute Pubblica. Infatti, stando alle recenti stime pubblicate da L’Espresso, gli italiani spendono di tasca propria ben 41 miliardi per sottoporsi alle cure di routine.

I numeri della crisi

Un record mondiale tra i Paesi industrializzati. Costi ai quali vanno aggiunte determinate percentuali che rendono ogni aspetto inequivocabile: 9,6 miliardi impiegati dalle famiglie per assistere i propri figli con disabilità, a causa delle tutele previdenziali ai minimi termini (aspetto questo che non ha attraversato solo la Legislatura corrente) e i 9,1 miliardi destinati all’INPS che, sotto forma di assegni di accompagnamento, alimentano il mercato privato di collaboratori domestici e assistenti agli anziani. Altrimenti noti come badanti. Un totale di 2200 euro all’anno per famiglia destinati alle cure, tra cui il 40% dello stipendio per quasi il 10% dei nuclei familiari presenti sul territorio.

Sanità in deficit
La protesta dei medici (ANSA)

Dati che fanno suonare un campanello d’allarme rispetto all’incidenza della spesa sanitaria sul PIL, di oltre un punto e mezzo sotto rispetto al 2022. Ulteriormente al ribasso rispetto ai livelli pre-pandemici. Mario Del Vecchio – Professore Universitario alla Bocconi di Milano – traccia un’analisi spietata: “Con le scarse risorse a disposizione, il Servizio Sanitario Nazionale non può offrire una tutela universale. Nella migliore delle ipotesi – afferma ancora Del Vecchio – non escludo una collaborazione tra pubblico e privato con una forte diseguaglianza tra l’uno e l’altro”.

Le ragioni del contrasto

A incidere, nello specifico, sono due fattori: l’attesa e la tempestività. Chi richiede una cura, di qualsiasi tipo, nel pubblico deve scontrarsi con tempi biblici di liste d’attesa (dovuti anche alla mancanza di personale). Nel privato no, perchè ci sono più introiti e maggiori spese. Non tutti possono permettersi certe tariffe. Un bivio che alimenta soltanto rassegnazione e turbamento, suffragato dal 75% delle visite specialistiche che gli italiani sono costretti a pagare di tasca propria se vogliono avere una risposta accettabile e tempestiva rispetto alla propria condizione.

Una sorta di ultimatum perenne che, in molti, non vogliono più sostenere: “Ci sentiamo di proclamare noi – ha dichiarato Anna Lisa Mandorino di CittadinanzAttiva – questa volta lo Stato di emergenza sanitaria che scioglieremo quando avremo la prova concreta che determinate scelte politiche stiano andando nella direzione giusta”. Quella di una Sanità possibile, senza nessun impedimento e soprattutto priva di ostacoli da superare. Il primo, spesso, è nel portafogli.

Berlusconi Giustizia

L’eredità di Silvio Berlusconi è la riforma della Giustizia

Silvio Berlusconi è morto da 36 ore e comincia la diatriba sull’eredità: qualcosa lascia anche agli italiani. La riforma della Giustizia.

Berlusconi, quando era chiamato a parlare in pubblico, prima delle barzellette finali (che chiudevano quasi sempre ogni suo comizio), era solito agitare dei fogli bianchi. Stratagemma più da talk show, per dare l’illusione alla platea e al pubblico a casa di essersi preparato, salvo scoprire poi che su quel carteggio bianco non c’era scritto niente. “Non conta quello che facciamo, ma come lo facciamo” era abituato a sottolineare l’ex Premier.

Infatti, con la teatralità, ha saputo comunicare anche le cose più scabrose: chiedere a Travaglio che, ogni volta che vede una sedia, strabuzza gli occhi ripensando al “colpo di spugna” più famoso della televisione. Dopo il funerale dell’ex Presidente del Consiglio. Un lutto nazionale che, come un colpo di spugna – restando in tema – dà l’illusione di aver chiuso una pagina di storia.

Berlusconi e la Giustizia: l’ultimo “regalo” degli alleati

Ma Berlusconi lascia, più d’ogni altra cosa, l’ultimo suo grande insegnamento: la gestione delle polemiche come trincea. Ogni protesta serve per coprire altro, nello specifico la riforma della Giustizia. Mentre l’Italia era impegnata a sperticarsi, sui social e in diretta, contro il lutto nazionale per la dipartita dell’ex Premier in Parlamento stavano lavorando a qualcosa che riguarda (questo sì) tutti: il testo che cambierà definitivamente il potere giudiziario.

Eredità Giustizia Berlusconi
L’eredità di Silvio Berlusconi in ambito giudiziario (ANSA)

In pieno stile Berlusconi, il primo a chiederlo quando era in vita: la Giustizia, per l’ex Premier, era come la moviola in campo per Biscardi. Voleva a tutti i costi arrivare a una svolta, ora ce l’avrà: parola di Francesco Paolo Sisto, Senatore di Forza Italia e Vice Ministro della Giustizia. “Silvio Berlusconi ha subìto tanto, troppo, per questo voglio dedicare a lui la riforma”.

Le parole rilasciate a Rai News 24 suonano come una resa dei conti. Una sorta di ultimo omaggio che la politica fa al Cavaliere e viceversa. In realtà nella bozza del DDL ci sono alcune misure ancora molto controverse e dibattute, ma Meloni viaggia verso la stretta e punta di chiudere tutto tra giovedì e venerdì. Non è, dunque, vero che il Parlamento resterà chiuso – o per meglio dire inattivo – per una settimana.

Il progetto di Nordio e Sisto

Aperte, invece, dovranno essere anche le orecchie dei cittadini poiché le inchieste e i processi potrebbero subire importanti cambiamenti. Si passa, infatti, da una stretta sulle intercettazioni all’abrogazione del reato d’abuso d’ufficio. Oltre a tutta una serie di aggiornamenti e modifiche in merito alla custodia cautelare, l’avviso di garanzia e i ricorsi dei pubblici ministeri sulle sentenze di proscioglimento.

Giustizia Nordio
Nordio e Giorgia Meloni al lavoro sulla Giustizia (ANSA)

Il Decreto Legge – come annunciato dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio – sarà composto da 8 articoli principali. Il corpus del provvedimento. Nella fattispecie, in merito alle intercettazioni, è opportuno sapere che, secondo le nuove disposizioni, il divieto di pubblicazione scatta appena “il contenuto intercettato sia ‘riprodotto dal giudice nella motivazione di un provvedimento o utilizzato nel corso del dibattimento”. E “non può essere rilasciata copia delle intercettazioni di cui è vietata la pubblicazione quando la richiesta è presentata da un soggetto diverso dalle parti o e dai loro difensori”.

Inoltre, si legge nelle bozze: “L’obbligo di vigilanza del pubblico ministero sulle modalità di redazione dei verbali delle operazioni” e “Il dovere del giudice di ‘stralciare’ le intercettazioni, includendovi, oltre ai già previsti i dati personali sensibili’ anche quelli ‘relativi a soggetti diversi dalle parti’ (fatta salva, anche in questo caso, l’ipotesi che essi risultino rilevanti ai fini delle indagini)”.

La contestazione di FNSI e ANM su intercettazioni e abuso d’ufficio

La FNSI ha espresso alcune “criticità importanti” perché – secondo la stampa italiana – viene meno, in tal modo, il diritto di informare. Si va a ledere, in altre parole, il diritto di cronaca. Proprio per queste convinzioni, esplicitate pubblicamente, la Federazione è pronta a manifestazioni pubbliche di dissenso. Stesso concetto espresso nella mattinata di qualche giorno fa, prima della dipartita di Berlusconi, dall’Associazione Nazionale Magistrati che definisce improprie le decisioni previste in merito al reato di abuso d’ufficio, oltre alla divisiva metamorfosi della custodia cautelare.

Nordio Giustizia
Magistrati e FNSI sul piede di guerra (ANSA)

Intestare la riforma della Giustizia a Berlusconi significa anche cavalcare un’onda che mette in cattiva luce la Magistratura sotto altri aspetti oltre a quello etico: c’è grande disappunto sul piano professionale perchè l’ex Presidente del Consiglio definitiva spesso le decisioni delle toghe come “provvedimenti ad orologeria”, accusando le stesse di appartenenza partitica: le cosiddette “toghe rosse”.

Se, però, il Governo riconduce e dedica il procedimento sulla Giustizia all’ex Premier induce a una personalizzazione tutt’altro che condivisa – fuori e dentro l’Esecutivo – in grado di accendere la miccia per dare adito a risvolti inattesi. L’opinione pubblica è presa dalle esequie, mentre sulle macerie della seconda Repubblica è già pronta una “rivoluzione silenziosa” che passa dall’etica.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi, il (miglior) nemico del dissenso

Silvio Berlusconi muore a 86 anni, ma la sua eredità è tangibile nella storia contemporanea: il (controverso) rapporto con il dissenso.

Dire grazie a Berlusconi, oggi, che non c’è più, è doveroso. Proprio come si ringraziano quelle persone che, malgrado tutto, hanno condizionato la vita a tal punto che due parole (forse un po’ di più) si costretti a dirle. Lo conferma il fatto che, in anni di giornalismo, questa è la seconda volta nel passato recente che sembra essere possibile parlare a cuore aperto.

La prima è stata quando è morto Papa Wojtyla. Due persone diametralmente opposte, eppure così uguali. Non solo perchè Berlusconi Papa avrebbe aspirato ad esserlo e magari, per chi ci crede, adesso starà reclamando ai piani alti perchè non sia stato possibile. Ciascuno di noi, in quanto italiani, ha un aneddoto su Berlusconi. Alcuni anche con Berlusconi.

Perchè si parla ancora di “Editto bulgaro”

Soprattutto quelli che lo hanno odiato: questa categoria di persone ha un giorno – nella memoria collettiva – come spartiacque tra passato, presente e futuro (?) di un’era che volge al termine. 18 aprile 2002, in quell’occasione Silvio Berlusconi – allora Premier in diretta da Sofia, dov’era in visita ufficiale – parla di “uso criminoso” della Televisione Pubblica (RAI) da parte di Biagi, Santoro e Luttazzi.

L’ex Premier morto a 86 anni (LaPresse)

Il riferimento, tutt’altro che casuale, era alle pesanti obiezioni che queste tre personalità (del tutto diverse tra loro) facevano all’ex Premier che si raccomandò con la nuova dirigenza Rai affinché “non si ripetessero più situazioni simili”. Un “preciso dovere morale impedirle”, disse Berlusconi. Questo fu il commento del giornalista Enzo Biagi: “Il presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto”.

La paura della censura

Quella fu la prima volta che si tornò a parlare prepotentemente nel Paese di censura. Visto che le tre personalità citate vennero poco dopo allontanate dalla Rai, malgrado le loro trasmissioni registrassero ottimi ascolti. L’argomento, ovvero la politicizzazione della Rai attraverso lo zampino di politica ed editoria, è ancora molto attuale. Allora diventava circostanziato.

Il leader di Forza Italia (LaPresse)

Da quel giorno sono passati (altri) 21 anni, le cose sono cambiate: Biagi, Santoro e Luttazzi si sono riabilitati. In alcuni casi reinventati, in altri ancora svalutati, ma non è questo il punto. Il fattore più importante è che Berlusconi ha cambiato il Paese anche (e soprattutto) in maniera parzialmente controversa facendo credere che tutto è possibile a qualsiasi costo.

Le conseguenze del Berlusconismo sull’informazione

Persino limitando davvero l’espressione altrui, con una diretta in Eurovisione: un monito costante che ha messo la pulce nell’orecchio a tanti e (forse) continua a farlo. L’odio – quando c’è – per Berlusconi è relativo alla volontà istrionica di quest’ultimo di mettere a tacere chiunque con qualunque mezzo. Attraverso la complicità di un sistema che, oggi, dichiara lutto nazionale dimenticando volutamente pagine buie della storia recente.

L’ex Premier ha segnato un’epoca e va ringraziato in primis per ricordare a chiunque quanto sia sacra (anche) la libertà di parola – esattamente quella che il leader di Forza Italia ha privato a un giornalista due decadi fa con la nonchalance di chi imbavaglia il dissenso – subito prima di restare in silenzio per l’ultimo inchino. Grazie, Silvio Berlusconi. Perchè ha pagato, stavolta sì, ogni debito ma tanti altri hanno pagato prima. Anche quando non era il caso.

ZeroCalcare nuova serie

Ripartire da Zero(Calcare): perchè la nuova serie Netflix è un trattato sociale

ZeroCalcare riparte da “Questo mondo non mi renderà cattivo”, perchè la serie mette a nudo una quantità di nervi scoperti del nostro tempo.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” potrebbe già essere una rivoluzione anche solo pensarlo, figuriamoci che succede a crederci davvero. Ha provato a dimostrarlo ZeroCalcare, all’anagrafe Michele Rech, che con la sua nuova serie Netflix torna a emozionare i fan. Il fumettista usa le sue storie per lasciare un messaggio prima a sé stesso e poi agli altri: i lavori che propone non hanno un valore didascalico e rifuggono dalla retorica, ma forse insegnano a vivere più di qualunque monito.

Calcare non è altro che la proiezione di un uomo adulto nel mondo di oggi, con relativi spaesamenti e una perenne assenza di riferimenti. Non per forza sul piano culturale, dove anzi Rech eccelle e lo dimostra ogni volta, anche se ostenta volutamente il romano e una perenne paura di sbagliare malgrado il successo dimostri come – anche nel mondo della Settima Arte – ormai si muova come un veterano.

“Questo mondo non mi renderà cattivo”, il grido di speranza di ZeroCalcare

Il prodotto, stavolta, parla di una nuova tematica delicata: in “Strappare lungo i bordi” si affrontava – tra pathos, umorismo e profondità d’animo – l’aspetto del suicidio e della depressione, ora si cerca di alzare ulteriormente l’asticella parlando di tossicodipendenza. Il protagonista della storia è Cesare che, nell’arco di 6 episodi da mezz’ora l’uno, racconta attraverso il proprio vissuto una metamorfosi. Dalla strada alla comunità con cicatrici, lividi e cadute che arrivano non solo in senso metaforico.

ZeroCalcare nuova serie
Michele Rech torna su Netflix con “Questo mondo non mi renderà cattivo”

Il pregio di Rech è quello di affrontare qualsiasi problema di petto e senza sconti, ma soprattutto senza quel pregiudizio latente che rende tutto più artefatto e meno genuino. Quindi poco credibile. ZeroCalcare fa capire, attraverso esperienze ed estratti di vita, che la metamorfosi caratteriale e umana non avviene solo al cospetto di una dipendenza. La droga è un piano della serie, gli altri vengono strutturati in maniera speculare: oltre allo sgretolamento di Cesare – protagonista aggiunto – c’è il cambiamento e l’auto sabotaggio iniziale degli altri personaggi.

La dipendenza come finestra sul cambiamento

Ugualmente smarriti per ragioni diverse: la paura del futuro e la volontà di dare seguito ai propri principi. La differenza è sostanziale: chi è schiavo di una dipendenza – secondo l’uso comune – non ha un’etica. Invece Calcare ci fa capire che chi non ha saputo uscire da un vicolo cieco – come può essere la droga o qualsiasi altra situazione castrante – con i propri ideali ci fa a botte. Ogni giorno si sveglia in un corpo che non è il suo e da cui vorrebbe scappare: in questa costante lotta con sé stessi vince chi – nonostante tutto – resta in piedi con il supporto di chi ha la forza di ascoltare senza giudicare.

Oggi sono sempre meno quelli disposti a farlo: tutti pronti a costruirsi una morale standardizzata che finisce per diventare una prigione. Sbarre in cui non soccombe solo un tossico, ma anche chi semplicemente – e per altri motivi – non riesce più a vedere una via d’uscita. “Questo mondo non mi renderà cattivo” coltiva il valore delle sfumature e lo mette in primo piano con la semplicità di chi ha vissuto a un passo dal baratro e forse è riuscito a uscirne, come dimostra il finale della serie che risulta – in qualche maniera – catartico.

L’effetto placebo dell’odio

C’è sempre una via d’uscita, dalle dipendenze e dai bagagli di rancore che attanagliano come una qualsiasi droga. Circondano senza un perché fino a riempire le giornate, con l’illusione che scagliarsi contro qualcosa o qualcuno solo perchè diverso da noi sia la soluzione migliore. Anche questa è una forma di dipendenza che dobbiamo cercare di debellare: quasi nessuno ci riesce davvero, forse perché fa comodo così.

L’unica salvezza è guardare altrove piuttosto che guardarsi dentro. Calcare ci avvisa con un cartone animato, che parla di rivoluzione, umanità, idee e ripartenza. Non dal Covid – che viene affrontato in maniera secondaria, quasi di passaggio, come fosse una sfumatura – ma dalla quotidianità senza prospettiva che, all’occorrenza, può far più male di qualunque sostanza.

Matteo Messina Denaro

Matteo Messina Denaro, non è finita: l’arma in più per gestire i fiancheggiamenti

Matteo Messina Denaro soggiorna all’Aquila presso il carcere di massima sicurezza: il metodo per tenere i contatti con l’esterno.

Giovanni Luppino e Lorenza Guttadauro, due nomi, le uniche garanzie del boss. Per Matteo Messina Denaro l’autista e sua nipote rappresentano l’assicurazione sulla vita. Il capo mandamento di Campobello di Mazara, nonché ultimo esponente di Cosa Nostra relativamente allo stragismo mafioso, è molto malato: un tumore al colon determina i suoi giorni come un metronomo. La sabbia sulla clessidra è in fase discendente: ecco perchè non gli preoccupa il carcere. All’Aquila, in pieno regime 41bis, sarà tenuto sotto stretta sorveglianza e soprattutto curato attraverso chemioterapie e trattamenti medicali. Tutto organizzato: la salute come possibilità.

La speranza è che Messina Denaro possa parlare, anche se appare ancora molto difficile. Non si pente – ha detto – la prima a pentirsi invece è l’ex compagna dell’autista Luppino: “Non sapevo di avere una ‘bomba’ del genere in casa, tra me e lui – sottolinea davanti alle telecamere del TG3 – è tutto finito”. A scardinare il recente passato del boss, oltre alla confessione del gregario di riferimento (che prima fugge e poi ritratta, con la facilità di chi è davvero alle strette), un’Alfa Romeo Giulia ritrovata in mezzo alle campagne di Mazara. L’ha comprata lo stesso boss: macchina intestata alla madre di Andrea Bonafede. Il prestanome di Messina Denaro.

Messina Denaro, la nipote come grimaldello

In questo giro anagrafico, al pari di un albero genealogico del malaffare, manca il pezzo più importante: Lorenza Guttadauro. Gli altri elementi sono soltanto pezzi che vanno ad agevolare il perno dell’ultima manovra dell’ex latitante. Il quale si permette anche di scherzare in carcere: “Ero incensurato fino a pochi giorni fa, poi non so che è successo”. Invece lo sa benissimo e a mettere ordine ci pensa proprio Lorenza, nipote ma soprattutto avvocato: nel 2009 ottiene l’abilitazione forense superando brillantemente l’esame, passo che le consente di esercitare la professione presso le giurisdizioni superiori. Anche grazie alla qualifica di cassazionista che possiede da meno di un anno. È iscritta persino al gratuito patrocinio, come sottolinea – tra le altre cose – l’elenco dell’Ordine degli avvocati di Palermo. Aiuta persino chi una difesa non può permettersela, ma stavolta a suonare il campanello d’allarme è l’uomo che l’ha vista crescere: impossibile dire di no.

Matteo Messina Denaro selfie
L’ultima foto del boss in libertà (ANSA)

Allora Lorenza asseconda e (lontano dal clamore mediatico) ringrazia: le idee sono già in circolo, la strategia anche. Messina Denaro non si presenta al primo processo per motivi di salute, ma la strada è lunga. Il punto restano i fiancheggiamenti che servono per capire una semplice, ma insormontabile, domanda ancora aperta: come ha fatto a ottenere tutti questi contatti? Intrecci a qualunque livello che non possono essere spiegati soltanto con la paura. Espediente importante, ma c’è dell’altro: una lista di persone fidate, in alcuni casi complici, sempre pronta ad ampliarsi da cui ora è impossibile arrivare. Il 41bis ha chiuso – almeno in teoria – ogni possibilità di confronto. Qui entra in gioco la nipote, come parte integrante del nuovo corso di Messina Denaro. Braccato, ma non rassegnato.

Il vuoto normativo che “scardina” il 41bis

Lo snodo è attorno ai regolamenti del 41bis che consentono di vedere i parenti stretti soltanto una volta al mese e dietro un vetro. Messina Denaro se ne infischia perché conosce le leggi a menadito: la cultura l’ha sempre esercitata e coltivata, nonostante sia cresciuto in tempi in cui l’intelletto – in determinati ambienti criminali – non era una prerogativa. Il boss, pur essendo ormai fermo, sa ancora come muoversi: il legale sangue del suo sangue, l’ultimo colpo di coda dello stratega alle corde. Questo piccolo ma fondamentale particolare consente a Matteo Messina Denaro di incontrare la parente quando lo ritiene. Essendo anche e soprattutto il proprio avvocato di fiducia. L’unica a conoscere anche il contenuto degli hard disk che, attualmente, sono sotto sequestro. Esclusivo possibile raccordo tra la mafia di ieri e quella di oggi.

Covo Matteo Messina Denaro
I Ris nel covo del boss (ANSA)

Tramite con il mondo esterno che Matteo Messina Denaro potrà usare a proprio piacimento, senza correre alcun rischio, dato che il vuoto normativo in tal senso è ancora presente. Il capo dei capi, come veniva chiamato anche Riina, sfrutta l’unico pertugio possibile e ci si infila con tutte le residue forze a disposizione. Mentre sul piano legislativo si discute d’intercettazioni, Denaro intercetta l’unico modo per poter fare scacco matto a chi lo tiene chiuso. La mente, però, è costretta ad aprirsi. Proprio come la porta in Via B. Marcello, 30 in quel di Palermo. Studio legale dove la Guttadauro esercita. Ormai una cosa sola con Messina Denaro, dove non arriva il sangue può arrivare l’astuzia. E, talvolta, fa più male.

Renato Balestra morte

Renato Balestra, l’angelo blu dell’alta moda

Renato Balestra muore a 98 anni, la sua figura ha rivoluzionato il mondo della moda ma anche del cinema e del glamour. Cos’è il blu Balestra.

Quelle mani affusolate sono rimaste fino all’ultimo, quando stringeva forte i propri cari, senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta. Elegante anche nel congedarsi, Renato Balestra, in grado di far parlare di sé con un’assenza che pesa. Prima ancora del valore di un trapasso. Il lutto e la perdita possiamo e dobbiamo accettarlo inevitabilmente, ma il vuoto che lascia in termini di stile sarà un solco con cui fare i conti quotidianamente. Sobrietà, garbo e precisione.

Sempre impeccabile, proprio grazie a quella austerità e fierezza che il pianoforte gli aveva dato. Da qui anche le mani affusolate e la precisione – quasi fosse un metronomo – nel progettare, creare, con disinvoltura capolavori. Compresi dopo, magari, come tutti i più grandi, ma sempre con la voglia di distinguere e superare i canoni. Balestra con la moda non doveva neanche entrarci in contatto: era appassionato di pianoforte e studiava Ingegneria per volere dei suoi.

Renato Balestra, l’ingegnere della moda

Uno di quelli che inizia un percorso senza sapere dove porterà: il destino farà il resto. Nel suo caso si è “vestito” – termine più che mai consono – dal suo migliore amico che per scommessa gli fece disegnare un bozzetto che poi venne segretamente spedito al Centro della Moda di Milano. Minime aspettative, massima resa. Come tutte quelle cose che accadono in gioventù e finiscono per cambiare una vita stravolgendone programmi e priorità.

Balestra Renato
Addio al celebre stilista

L’uomo sceglie di fare la gavetta presso l’atelier di Joe Veneziani, fino al 1954, quando viene attirato dalle atmosfere della Capitale e “fugge” da Milano. Il cambio città gli permette anche di mutare prospettiva: non più solo passerelle, ma anche – tanti – palcoscenici. Il mondo del cinema lo attende. Balestra capisce che quella può essere la strada per iniziare ad affermarsi.

Così lavora con Ava Gardner, Gina Lollobrigida e Sophia Loren. Icone di un’Italia che non c’è più, dal profumo di rinascita e voglia di riscatto: è possibile rintracciare le stesse suggestioni anche oggi, ma la congiuntura schiaccia persino le idee. Allora, invece, c’erano e vincevano – per disperazione più che consapevolezza – sulla fame.

Cinecittà-New York, sola andata verso il successo

Anni in cui Balestra cura sé stesso e gli altri, anzi le altre: i suoi vestiti sono sotto la guida di leader della moda che gli consentono anche di capire come si gestisce una maison. Il debutto ufficiale arriva nel 1958, in America, con una sua collezione. Si presenta a New York e la Grande Mela lo scopre. Lo influenza, lo vizia. Nel ’61, invece, sfila alla Galleria d’Arte Moderna e l’Italia si rende conto di avere un’icona. Quelli sono gli anni in cui per la prima volta inizia a capire cosa vuole da sé stesso e dalla moda.

Renato Balestra lutto
Lutto nel mondo della moda

L’importanza del racconto sociale, le didascalie per immagini: le prime prove del “blu balestra”. Quell’eleganza casual che ha contraddistinto e caratterizzato la donna degli anni ’70-’80 in grado di guardare alla modernità attraversandola con disinvoltura in barba a tutti i tabù. Stereotipi da abbattere anche in termini di stile. Il blu, all’epoca, era impossibile da accostare all’eleganza: oggi lo abbinano al nero anche grazie alle creazioni Balestra. Capi che hanno saputo mettere insieme suggestioni prima ancora che armocromie.

Il “blu Balestra” filo conduttore

Balestra ama il blu da sempre. È il suo colore preferito e lo mette alla base di un impero: il suo nome, a metà degli anni ’90, diventa un riferimento e un brand che sposta milioni. La moda in Italia passa da lui, Armani, Versace e Gucci. Alla base di tutto l’esigenza del volto senza età – il suo, ma anche quello di chi si ritrova nei suoi vestiti – e la voglia di non sentirsi mai alla fine. Sempre pronto a ricominciare, per questo le collezioni Balestra sono spesso definite graffianti. Anticipano in maniera aggressiva i tempi, rifiutando il concetto di immobilismo: la dinamicità come risposta alla stasi, dei tempi, dei costumi e dei diritti. Donne, ma anche periferie e povertà: l’esperienza con il Montespaccato dimostra che Balestra era – e sarà ancora – riqualificazione.

Il rapporto con la nobiltà e la complicità con le classi più popolari fanno sì che diventi un riferimento per chiunque: “È stato un uomo coraggioso, tenace e incredibile. Capace di farsi da solo, per noi è un esempio”, ha detto la nipote Sofia Bertorelli Balestra. Terza generazione creativa per la famiglia che erediterà il brand. “Sarà difficile – dicono – trovare un altro come lui”. Un secolo di genialità che resta sui libri di storia, ma averlo accanto è un’altra cosa. Ora sarà possibile ritrovarlo nelle pieghe più blu di alcuni vestiti, come fossero porzioni di paradiso, dove sarà adagiato. In attesa della prossima sfilata, per dare – ovunque egli sia – l’applauso che conta.

Giancarlo Giannini

Giancarlo Giannini, l’ultimo istrione

Giancarlo Giannini, simbolo del nostro tempo ma anche certezza di un passato che ha tracciato il solco per la recitazione post-moderna.

Doveva andare a fare il ricercatore in Brasile, poi ha preso un treno per Roma e la sua vita è cambiata per sempre. L’esistenza è un insieme di treni che passano: la differenza sta nel saper cogliere quelli giusti, con Giancarlo Giannini è possibile affermare quanto sia vero. Un diploma da perito elettronico in mano, rimettere in discussione tutto per un salto nel buio: l’Accademia di Arte Drammatica. Via Condotti dopo Piazza del Plebiscito, per lui che è di La Spezia, significava cambiare ancora. In nome dei sogni. Proprio quello che oggi sconsigliano di fare, cercando il “porto sicuro”.

Giannini la propria àncora riesce a rintracciarla in Beppe Menegatti, che gli affida la parte del folletto Puck in “Sogno di una notte di mezza estate”. Shakespeare porta bene a un giovane di belle speranze. La gioventù pesa meno anche grazie a Franco Zeffirelli che prima lo vuole in “Romeo e Giulietta” e poi lo chiama nuovamente per “La lupa”, insieme ad Anna Magnani. È un segno del destino: i grandi lo notano e lui fa di tutto per mettersi in mostra. Recita, balla, canta e impara i dialetti.

Da Dickens a Lina Wertmuller: genesi di un artista

Facile se sin da subito inizi a girare l’Italia in lungo e in largo. Un uomo tutto d’un pezzo: carattere forgiato da mille esperienze che gli hanno portato poche, ma fondamentali, consapevolezze. “In scena si arriva sempre preparati, a un provino o audizione sempre eleganti. La cravatta è un segno di rispetto”. La stessa convinzione granitica Giannini la conserva nei metodi: “Nessuno entra ed esce dal personaggio. Io invento, lo spettacolo è divertimento. Io amo giocare con i caratteri e prendere sempre qualcosa da loro”.

Giannini Clooney
L’interprete sul red carpet di Catch 23 (ANSA)

La medesima abnegazione è presente nel cinema, dove Giancarlo Giannini ha raccolto maggior successo a partire dal 1965, quando esordisce nel film “Libido” diretto da Ernesto Gastaldi e Vittorio Salerno. Poco dopo, 23enne dagli atteggiamenti veterani, lo chiama Anton Giulio Majano che gli affida il primo ruolo da protagonista nello sceneggiato “David Copperfield”. Riadattamento del romanzo di Dickens. L’incontro con il regista abruzzese non è casuale: lo dirigerà qualche anno dopo (1971) in “E le stelle stanno a guardare”. Quella di Giannini, di stella, dev’essere buona sicuramente perché gli consente di incontrare la donna che artisticamente gli cambierà la vita: Lina Wertmuller.

Il cinema come punto di svolta: la consacrazione di un’icona

Dal 1966 è amore a prima vista: la donna lo ritiene l’ispiratore perfetto per ogni tipo di personaggio. Una maschera calzante e assolutamente intensa e profonda. Inizia tutto con il musicarello “Rita la zanzara”, al suo fianco Rita Pavone che, negli stessi anni, avrebbe bucato lo schermo con le canzoni e qualche altra interpretazione iconica. Giannini prosegue su quel versante, con Wertmuller arrivano anche “Non stuzzicate la zanzara”, “Pasqualino Settebellezze” e “Mimì metallurgico ferito nell’onore”. Oltre a “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”.

Giancarlo Giannini Sky
L’attore torna su Sky (ANSA)

La particolarità di questi lavori è il desiderio di spingere l’attore a trovare una sorta di figura scavata, profonda, sagace e pungente che colpirà anche Ettore Scola. Il regista lo vuole, con determinazione e successiva gratitudine, in “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)”. Sequenza di film che apre definitivamente le porte della settima arte all’interprete. Non è più una sorpresa. Essere conferma, però, impone delle scelte. Meno televisione, più cinema. Quello ben fatto: “A Lina devo tutto – disse – non voglio sprecare l’occasione che mi ha dato”. Tanto lavoro, ma selezionato. Mantra che continua ad esserci.

L’importanza della tv

Sul piccolo schermo viene ricordato, fra le altre cose, per l’interpretazione di una figura iconica come quella del Generale Dalla Chiesa. Docufilm diretto da Giorgio Capitani. Opera da cui prese spunto, per quanto riguarda lo studio del personaggio, anche Sergio Castellitto che interpreta lo stesso simbolo italiano ma viene diretto da Lucio Pellegrini e Andrea Jublin (2022).

Giannini cinque giornate Milano
L’attore ne “Le cinque giornate di Milano” (ANSA)

34 le apparizioni totali in tv, tra film e documentari: si registra la passione per le indagini di qualunque ambito. “Mi sono trovato molto bene – racconta a La Repubblica – a lavorare con Alberto Angela. I documentari li amo molto perchè devi abituarti a cercare quello che non si vede. Un po’ come succede sul set”. Aneddoti cari anche a Francesca Archibugi, Giannini ha dato corpo al suo “Romanzo famigliare”, e Fabio Resinaro. Quest’ultimo ha diretto con Nico Marzano “Il grande gioco”. Una vera e propria epopea sul calciomercato raccontata da Sky Cinema.

La “promessa” a Spielberg

Giannini veste i panni di Dino De Gregorio, procuratore senza scrupoli pronto a tutto per salvare la propria azienda. All’età di 80 anni, Giancarlo Giannini si rimette in discussione con un ruolo amaro, che scava nell’anima, anche un pizzico tormentato: “Per me – confessa ai microfoni di Repubblica – Il grande gioco non è un film sportivo, rappresenta una tragedia familiare”.

Giancarlo Giannini in “Vipera” di Sergio Citti (ANSA)

L’interprete ha la forza di portare le cicatrici del personaggio con eleganza e sfrontatezza: peculiarità affatto scontate con l’andare del tempo. Non perchè l’attore perda il proprio talento, ma perchè fare i conti con l’anzianità – del personaggio – non è mai facile: ogni suggestione viene amplificata in nome della resa. Gli anziani al cinema sono uno specchio in cui riflettere o riflettersi, a seconda di casi e prospettiva.

Giannini riesce ancora a restituire una mappa di emozioni che tratteggia il sentiero dell’opera. Chi voleva che smettesse dovrà accontentarsi della risposta che De Gregorio dà a suo figlio Domenico: “Non è ancora il momento”. Il perchè – se non bastasse il palmares e la competenza – è possibile rintracciarlo nelle parole di Spielberg. Il regista lo voleva ne “I predatori dell’arca perduta”: “Il cinema italiano ha ispirato il mondo”. Certezza che ancora non può suonare come un saluto, quando fra i principali ispiratori c’è ancora il tuo nome. Giannini deve continuare ad essere garanzia, prima ancora di ricordo.

Andrea Desideri

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