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Autore: Andrea Desideri

In Pino veritas: perchè Insegno non funziona più in tv

Pino Insegno, sul piccolo schermo, non rende come in passato. Le ragioni di questa crisi televisiva non sono dovute (solo) a Giorgia Meloni.

Pino Insegno, a stare nei panni degli altri, ci è abituato per deformazione professionale: ha prestato la voce ai più grandi attori di Hollywood, da Will Smith a Will Ferrell, passando per Matt Dillon e Sacha Baron Cohen

La capacità di passare, con l’aiuto della timbrica vocale, da una personalità all’altra, però, gli ha creato qualche problema quando a emergere deve essere lui. Una difficoltà tutta attuale, perché i suoi trascorsi dicono ben altro. In passato – non ancora così remoto per chi ha vissuto adolescenza e infanzia negli anni ’90 – era uno dei volti di punta della Premiata Ditta

Dalla Premiata Ditta a “Il Mercante in Fiera”

Una crew comica, come si definirebbe oggi, che è arrivata alla ribalta grazie a imitazioni e parodie. Insegno, in quel contesto, si distingueva – non era l’unico: un altro collega di spicco è Roberto Ciufoli, che poi ha preferito fare l’attore – particolarmente mostrando anche una propria cifra stilistica. 

Successivamente è subentrata, per usare una terminologia affine all’attualità, la carriera da solista: fortuna, in termini di ascolti e non solo, l’ha fatta con “Buona Domenica” e “Il Mercante in Fiera”. Format da basi più che solide, visti i fasti di Mediaset nel 2006, riproposto in Rai due anni fa. A distanza di quasi 17 primavere.

L’approdo in Rai

Cos’è cambiato da allora a oggi? Insegno è sempre lo stesso, a parte qualche capello bianco in più, ma si è modificata l’opinione pubblica. La platea televisiva, nelle ultime stagioni, è stata tutt’altro che clemente con il conduttore e doppiatore italiano.

Reazione a Catena Pino Insegno
Pino Insegno torna protagonista nel pomeriggio di Raiuno

Un voltafaccia che ha radicalmente modificato l’appeal di Insegno: motivo in più per avere una sorta di timore reverenziale quando si tratta di imporsi nuovamente sul piccolo schermo. Gli ascolti de “Il Mercante in Fiera” su Raiuno sono stati molto bassi, lo stesso vale per “Reazione a Catena”: format in cui ha preso il posto di Marco Liorni. Inizialmente la Rai doveva affidargli anche la conduzione de “L’eredità”, ma le consegne sono cambiate in corso d’opera per timore di un’ulteriore caduta libera in fatto di ascolti.

L’amicizia con Giorgia Meloni

Perché la televisione sembra respingere Pino Insegno? Una risposta, sommaria, riporta al 23 settembre del 2022. Quasi tre anni fa il doppiatore e conduttore italiano presentava Giorgia Meloni, con una celebre citazione de “Il Signore degli Anelli”, al comizio di chiusura della campagna elettorale di Fratelli D’Italia in Piazza del Popolo a Roma. 

Quell’introduzione è costata a Pino Insegno contestazioni e polemiche. Meloni, dopo quell’arringa iniziale, non solo ha vinto le elezioni politiche diventando Presidente del Consiglio, ma ha aperto a tutta una serie di esposizioni (mediatiche e non) che, in più di qualche caso, non hanno aiutato. Pino Insegno, suo malgrado, è finito in questo vortice. 

Ascolti in caduta libera

Le persone non riconoscevano più l’artista di talento, ma si interfacciavano (stando all’opinione comune) con colui che aveva prestato la voce ai potenti. Insomma Insegno, per il pubblico, è passato dall’essere istrione a diventare cortigiano. Poco importa se l’uomo – in più di un’occasione – ha provato a smarcarsi da qualunque accostamento politico: “Sono amico di Giorgia Meloni, ma quello che fa politicamente sono affari suoi”. Oppure: “Sono in tv per merito, non per l’amicizia con Giorgia”. Insegno ce la mette tutta, ma l’etichetta di professionista asservito al potere gli resta. E questo incide, inevitabilmente, sugli ascolti in Rai. 

Pino Insegno Raiuno
Il doppiatore sul piccolo schermo tra aspettative e polemiche

Affermare che, però, il conduttore e doppiatore non renda in televisione solo per questo motivo sarebbe riduttivo. La tesi dell’amichettismo è un comodo sentiero per evitare di analizzare le pecche che attanagliano un professionista serio: si può (e in qualche caso si deve) migliorare. Soprattutto nella gestione dello spazio televisivo. 

Operazione nostalgia fallita

Insegno è stato mandato (al netto di insinuazioni e presunti endoorsement) al patibolo televisivo: è tornato sulla televisione di Stato senza un’idea nuova con tutti espedienti piuttosto datati. Scegliere di tornare in tv con “Il Mercante in Fiera” – programma di quasi vent’anni – senza cambiare una virgola non è stata una scelta felice. 

Insegno Pino Reazione a Catena
Il conduttore ancora al timone di “Reazione a Catena”

Sapeva Insegno a cosa andava incontro? Forse sì, forse no. Più di una volta ha detto di aver insistito lui a voler riproporre un determinato format. L’effetto nostalgia era chiaro nella mente degli autori (e anche in quella del conduttore), ma la formula andava rinfrescata e modernizzata. Hanno provato a farlo inserendo i vip come concorrenti, non è bastato. “Il Mercante in Fiera” resta una cattedrale nel deserto degli ascolti che ha ottenuto persino le lamentele del TG2 (il programma faceva da traino allo spazio informativo, che puntualmente veniva ignorato). 

Reazione a Catena

Insegno, dopo un flop simile, avrebbe potuto e dovuto puntare i piedi. Anche per dimostrare di essere un professionista indipendente e immune (?) alle voci di palazzo. Invece accetta di rimanere in panchina, al netto di qualche comparsata a “Tale e Quale Show”, in attesa di un’altra occasione. 

L’opportunità della ribalta arriva con la conduzione di “Reazione a Catena”: gioco estivo, in precedenza condotto da Marco Liorni, che come scopo ha quello di intrattenere le famiglie e gli amanti dei giochi di parole quando a farla da padrone è il caldo.

L’ombra di Marco Liorni

Una pausa televisiva rinfrescante si trasforma in ulteriore gogna mediatica: il pubblico sui social mostra la propria insoddisfazione iniziale, costanti sono i paragoni con Liorni, inoltre qualche momento infelice di programma si distingue agli occhi di chi guarda. Occasione per gettare ancora benzina sul fuoco. L’estate scorsa gli ascolti si ripresero in extremis, ma i numeri rimasero ugualmente bassi. 

Dopo un’altra parentesi scialba, un veterano come Pino Insegno avrebbe potuto e dovuto imporsi: al netto delle esternazioni infelici, delle allusioni e delle suggestioni amare (i commenti sulla condizione di Ainett Stephens non hanno fatto altro che peggiorare una parabola già intricata), il conduttore e doppiatore romano – proprio in nome di una fama da tutelare – avrebbe fatto bene a pretendere una considerazione diversa. Tale da non metterlo in condizione di guidare contenitori che hanno già diversi anni di messa in onda e una liturgia precisa, stravolgendola i risultati difficilmente sarebbero diversi. Una fine annunciata che poteva avere qualche scintilla soltanto grazie alla maggiore presa di coscienza di una delle più grandi voci del doppiaggio italiano contemporaneo. 

Voice Anatomy, un’occasione sprecata

La sua arte è un punto di forza: Insegno doveva (e poteva) battere su questo. Invece ha lasciato, anche consigliato da un entourage, probabilmente, che gli chiudessero l’unico programma in cui sembrava essere a suo agio: “Voice Anatomy”, in cui analizzava il cinema contemporaneo e passato con l’aiuto di rinomati colleghi doppiatori. Una vera e propria isola felice che avrebbe anche agevolato gli ascolti in una fascia oraria non sempre gratificante in termini di ritorno di pubblico.

Veniamo, quindi, a oggi: quando Pino Insegno, alla presentazione dei palinsesti, ha ancora evidenziato che sarà nuovamente alla conduzione di “Reazione a Catena”. Oltre il danno la beffa: la puntata di esordio coincide con la finale di Roland Garros in cui gioca Sinner.

La battuta su Sinner

Il doppiatore, consapevole che il pubblico stia a guardare il confronto tennistico, ha voluto fare una battuta per stemperare gli animi. “Sinner può prendere una bottarella al gomito, chi lo sa, non è che se non fa una finale…”. A chiunque altro l’avrebbero perdonata, Insegno – invece – ha incassato ulteriori critiche dalla platea Rai e dalla Rete. I social non fanno altro che ripostare lo scivolone mediatico.

L’amicizia con Giorgia Meloni, probabilmente, ha cambiato la sua parabola artistica agli occhi del pubblico ma – dato che la professionalità non gli manca – insieme alle battute farebbe bene a spendere due parole in più con qualche capo progetto: restando in ambito tennistico, il quiz non sembra essere (più) il suo campo. E questo, al netto delle critiche di un pubblico sempre più esigente, potrebbe essere il primo aspetto da cui ripartire per cercare nuovi stimoli e soprattutto diverse collocazioni.

Le elezioni in Romania tra la Russia di Putin e l’America di Trump: cosa sta succedendo a Bucarest

Il 18 maggio 2025 si vota il ballottaggio in Romania: lo scontro elettorale tra Simion e Dan potrebbe agevolare la strategia geopolitica di Putin e Trump.

Si torna al voto in Romania, ma prima di guardare a quello che potrebbe accadere domenica 18 maggio 2025 (data del ballottaggio valevole per le Presidenziali tra Simion e Dan) occorre fare un salto indietro nel recente passato per cercare di capire come una parte dell’Europa dell’Est strizza l’occhio all’America di Trump e la Russia di Putin.

Questo cambio di rotta comincia nel dicembre 2024 quando Calin Georgescu (agronomo e veterinario, attento allo sviluppo sostenibile e molto considerato dalle Nazioni Unite) ottiene il 22% dei consensi alle elezioni. Un dato sorprendente, secondo gli analisti politici, per una persona semi-sconosciuta dal punto di vista mediatico. La ragione di tale ipertrofia, però, è da rintracciare all’interno dell’algoritmo di TikTok.

L’ascesa di Georgescu: la propaganda social arriva alle urne

Una decina d’anni fa il suo nome è iniziato a circolare quando la Romania aveva bisogno di una figura tecnica per qualche Ministero, ma dopo una decade le cose – per lui – sono cambiate in meglio. Tutto merito dei suoi contenuti social, veicolati attraverso la strategia della saturazione: contributi brevi, approvati e modificati dalla moglie che di professione è una “guaritrice” e su YouTube ha milioni di views, il consiglio – all’interno di ciascuno spot – è quello di votare con l’anima. Letteralmente. 

I suoi contenuti compaiono ovunque: i dispositivi mobili, smartphone, smartwatch e tablet diventano una cassa di risonanza potentissima. Le autorità rumene cominciano a insospettirsi fino a determinare che, dietro l’ascesa di una matrice nazionalista, autarchica e complottista come quella di Georgescu (il quale crede lo sbarco sulla Luna sia un’invenzione dei media e che il parto cesareo sia un abominio in grado di spezzare il filo diretto tra uomo e Dio) ci sia la Russia. 

Le accuse di ingerenza e il ruolo della Russia

Le prove di tale accusa arrivano quando controlli mirati agli account associati alle condivisioni relative ai profili in collaborazione possono essere ricollegati a noti influencer, presenti anche su Telegram e su Discord, pagati con soldi della criminalità organizzata russa. Le pochissime spese elettorali dichiarate dal leader politico non corrispondono al vero. 

Elezioni Romania Klaus Iohannis
Klaus Iohannis si dimette dopo l’annullamento delle elezioni di dicembre

Il Governo rumeno ha, dunque, cominciato a pubblicare i documenti che dimostrano l’interferenza (e i legami con la Russia) elettorale al punto da chiedere (e ottenere) l’annullamento delle elezioni. Tale passo, però, ha complicato il percorso politico di Klaus Iohannis (4° Presidente della Romania) che si è dimesso lo scorso 4 febbraio dopo aver dato disponibilità di continuare a guidare il Paese almeno fino al 4 maggio 2025. Non è stato possibile, per il politico di etnia tedesca, a causa delle accuse di impeachment mosse da tre partiti di estrema destra che insieme hanno il 35% dei seggi.  

Iohannis si dimette: “La Democrazia è in pericolo”

Quella che doveva essere “un’arma di salvaguardia per la Democrazia” – così l’hanno definita le autorità rumene – è diventata l’occasione d’oro per Georgescu e l’estrema destra di affermare la propria egemonia.  L’annullamento delle elezioni, al netto dei motivi di ingerenza politica, diventa principale strumento per gridare all’anti-democrazia. Così l’ex agronomo e veterinario raddoppia i consensi non solo sui social e diventa il riferimento anche di una parte dell’America Trumpiana: la storia di Georgescu viene utilizzata anche da JD Vance (Vicepresidente USA) per difendersi dalle accuse in merito a una politica di stampo dittatoriale. “L’Europa, prima di accusare gli Stati Uniti di minare la Democrazia, dovrebbe guardarsi in casa”, attacca Vance. 

Elezioni Romania Iohannis Klaus
Il successore di Iohannis al ballottaggio elettorale

In questo clima si arriva alla nuova tornata elettorale: il primo turno ha visto trionfare – sul piano delle percentuali – George Simion, erede dello squalificato Georgescu (le accuse di interferenza elettorale e alleanza con la Russia sono aumentate grazie a un’inchiesta giornalistica che avrebbe determinato la volontà dell’ex candidato di mettere in atto una strategia sovversiva. Armi, minacce e valigette piene di contanti ai seggi elettorali durante lo scorso dicembre), che ha ottenuto il 40,9% dei consensi facendo leva sul clima di odio e indignazione imperante in Romania dopo l’annullamento delle scorse elezioni.  

Horatio Potra e i mercenari

Proprio Georgescu, quando viene fermato al termine di ben 47 perquisizioni per sottoscrivere le accuse di interferenza elettorale con l’aiuto della matrice russa, soffia su questo fuoco di rabbia collettiva e risentimento. Al suo fianco, secondo quanto si apprende dalle indagini in corso, il mercenario Horatio Potra. Ex bodyguard dell’emiro del Qatar, protegge miniere in Africa al fianco della Wagner ed è stato già condannato dalla Magistratura rumena: 2 anni e 8 mesi per aver fondato un gruppo paramilitare illegale che utilizzava armi da mischia e da fuoco durante gli addestramenti. Accusato, fra le altre cose, di aver rapito un funzionario pubblico – dipendente della società nazionale del gas – che si era rifiutato di cedere un appalto all’oligarca amico di Potra (un magnate rumeno), sotto minaccia.

Entrambi sono imputati di azione contraria all’ordine costituzionale, violazione delle leggi sul possesso di armi e munizioni, costituzione di un’organizzazione di natura fascista e false dichiarazioni circa le fonti di finanziamento della campagna elettorale. Quanto accaduto lo scorso inverno non è finito nel dimenticatoio. Gli elettori di Simion – ex ultrà che si è conquistato consensi e fiducia al grido di “famiglia, nazione e fede” – sono pronti a seguire la strada tracciata dal predecessore allontanato dalle urne.

Nicusor Dan contro la corruzione: “Si può vincere insieme”

I voti lo confermano, ma non è ancora finita: dall’altra parte, per cercare di rispondere al consenso crescente del partito di estrema destra, Nicusor Dan. 55 anni, matematico e Sindaco di Bucarest, basa la sua campagna elettorale sulla lotta alla corruzione e allarga il proprio personalissimo grido di battaglia: “Salviamo questa città”. Ora il claim è “Salviamo la Romania”, ma serviranno ben più di semplici slogan per imporsi. Il suo operato consiste nell’accorpamento di tutta l’opposizione contro Simion: “Siamo di fronte a un bivio, ci sono soltanto due strade – afferma Dan in uno dei suoi recenti comizi – o siamo occidentali, oppure siamo anti-occidentali. Da una parte la prosperità, dall’altra l’isolazionismo economico. Verso l’Europa o contro l’Europa”.  

Elezioni Romania Nicusor Dan
Nicusor Dan principale oppositore di George Simion

Costruire una Romania che non abbia paura del futuro si preannuncia un’impresa difficile, ma non impossibile. Per entrambi i candidati. Soltanto che, a sinistra, devono scalare l’Everest di percentuale e consenso che Simion ha ottenuto (anche con il sostegno di America e Russia). Le accuse di ingerenza con matrice criminale ce le ha solo Georgescu, ma tutto il resto – compreso l’esito di queste elezioni – potrebbe rappresentare un finale inaspettato con Trump e Putin alla finestra.

Non a caso Donald Trump Jr. (figlio del Tycoon) ha intensificato i viaggi a Bucarest: un’alleanza (possibile) che comincia in Romania, si sviluppa ulteriormente negli Stati Uniti per concludere in Germania. L’AFD (Alternative Für Deutschland) ringrazia.

Fuori di Tesla: perchè Musk è diventato un problema per la sua azienda

Elon Musk messo alle strette dal CDA di Tesla: “O torni in azienda, oppure ti rimpiazziamo”. La telefonata che ha fatto tremare l’America.

Gli inizi di maggio sono sinonimo di rinascita, non solo perché la bella stagione inizia a essere alle porte, ma anche e soprattutto perché – in ambito finanziario – si comincia a programmare l’anno che verrà. Il 2026 non è ancora arrivato, ma le grandi aziende sanno (o dovrebbero sapere) già cosa fare. 

Questa consapevolezza ce l’ha anche Elon Musk, ancora – secondo le recenti statistiche – l’uomo più ricco del mondo insieme a Jeff Bezos, che a inizio mese ha ricevuto una telefonata tutt’altro che edificante. All’altro capo del filo c’era una rappresentanza dei dirigenti di Tesla: il CDA chiede un allontanamento di Musk dalla società. Sarebbe meglio dire informa, perché il Consiglio d’Amministrazione, alla luce delle recenti analisi di mercato (Tesla ha perso soltanto negli USA il 70% in Borsa e il 20% nelle vendite, mentre in Europa i tassi in negativo sono molto più alti), ha già deciso di mettere alle strette Musk. 

L’impegno con Trump è un boomerang

Il braccio destro di Trump, colui che ha investito un quarto di miliardo di dollari nella campagna elettorale del Tycoon, non convince gli investitori. In altre parole: se Tesla va male, in questo momento, la colpa è di Musk. Alla base della caduta libera a livello societario ci sarebbero diversi fattori, tutti imputabili all’atteggiamento – tutt’altro che rassicurante – del magnate di Pretoria: in primis la vicinanza dell’imprenditore naturalizzato USA a Trump non è ben vista dal mercato globale

Elon Musk accanto a una Tesla
Il magnate canadese potrebbe essere allontanato da Tesla

Non convincono i ripensamenti sui dazi, una costante altalena che fa impazzire la Borsa e gli asset finanziari, senza contare l’atteggiamento nei confronti dei dirigenti alla Casa Bianca. Musk, da quando Donald Trump è tornato alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, non dorme nello Studio Ovale ma quasi. Attualmente il fondatore di Tesla, nonché attuale CEO della società, staziona al DOGE. Un dipartimento creato ad hoc per implementare l’efficienza governativa. 

L’ultimatum del CDA

Tradotto: Musk ha pieni poteri per quel che riguarda la gestione delle risorse inerenti all’Amministrazione Pubblica. Il magnate, al momento del suo insediamento, ha promesso di tagliare due triliardi di dollari tra licenziamenti e riduzioni in organico. Campagna elettorale, semplice propaganda, avrà pensato qualcuno: Musk, invece, ha provato a farlo davvero. Ci è riuscito solo in parte, perché falcidiare l’Amministrazione Pubblica a suon di tagli al personale non è ammissibile. Almeno non nei termini proposti dall’imprenditore.

Donald Trump con Elon Musk in una Tesla
Il miliardario nato a Pretoria potrebbe lasciare l’incarico alla Casa Bianca

Quindi la Giustizia USA ha messo un freno a quella che, dagli esperti di economia politica americana, è stata definita una “follia istituzionale”. La fama di Musk, in negativo, è arrivata anche sui tavoli di Tesla e gli investitori sono scappati. Ecco spiegato anche l’appello di Trump, con tanto di Tesla rossa fiammante su cui ha fatto un giro pubblicamente, a investire in determinati tipi di auto. Non è bastato a calmare le acque, agli azionisti non piace neppure che Musk si sia gradualmente defilato dal punto di vista gestionale

Tesla cerca un nuovo CEO

In questi 100 giorni di Governo americano, l’imprenditore ha stazionato al DOGE lasciando da parte il suo primo impegno: essere a capo della Tesla. Quindi è scattato l’aut aut: o Musk torna in società e lascia la Casa Bianca, oppure Tesla passa la mano e si mette alla ricerca di un nuovo CEO. Ai piani alti del colosso automobilistico lo stanno già facendo, la ricerca di una nuova figura – che possa rimpiazzare Musk – è avviata

Donald Trump ed Elon Musk durante un comizio per le Presidenziali USA
Donald Trump ed Elon Musk durante un comizio

L’azienda smentisce lo scoop riportato dal Wall Street Journal, ma la testata non ritratta. L’imprenditore, successivamente alla pubblicazione dell’articolo, ha fatto sapere di tornare a Washington soltanto 1-2 volte a settimana. Il Governo USA non solo accetta di buon grado, ma fa sapere – anche indirettamente – di non amare particolarmente il magnate sudafricano con cittadinanza canadese. 

Il motivo sarebbero le continue liti con i dirigenti e le alte cariche americane: l’uomo d’affari che ha portato Trump alla Casa Bianca avrebbe dato, senza alcuna remora, del “cretino” a Navarro. Colui che ha consigliato la politica dei dazi al Tycoon. Non è finita: gli attacchi ripetuti con il Segretario di Stato Marco Rubio rappresentano la ciliegina su una torta sempre più amara e indigesta che non piace a chi è costretto a interfacciarsi con Musk per lavoro. 

Musk si defila da Washington

Inoltre, dal DOGE fanno sapere che il suo modo di gestire le risorse interne non sarebbe il massimo: ha depredato il frigo bar e trattato male i dipendenti, tutto a cucchiaiate di gelato al caramello – il suo preferito – che userebbe come “antidoto” alle provocazioni. La realtà, secondo chi è accanto al finanziatore di Trump, è ben diversa: Musk, ora, è costretto a sfilarsi da Washington per tornare a Tesla

Elon Musk e Donald Trump
Elon Musk e Donald Trump più distanti dopo l’ultimatum di Tesla

Un passo indietro dovuto, per evitare il tracollo. Alla Casa Bianca lo aspettano, ma senza fretta: il problema è che Musk, attualmente, somiglia a una scheggia impazzita e ovunque vada desta preoccupazione. Trump non può farne a meno, ma resta il Presidente americano più osteggiato degli ultimi 70 anni (lo dimostrano i sondaggi) anche per il rapporto con il magnate. Tesla, invece, sì ma l’imprenditore non intende perdere tutto. Insomma all’ombra dell’industriale sudafricano si celano le prime crepe che potrebbero davvero mettere in difficoltà l’America sul piano economico e politico. E maggio, fra telefonate inattese e passi indietro, non è ancora finito.

Referendum 8-9 giugno 2025: cosa si vota e perchè

Il Referendum abrogativo rimette al centro dell’agenda politica cittadinanza e lavoro: tutto su quesiti, regole e posizioni dei partiti.

Le premesse dell’ennesima estate calda iniziano con la chiamata alle urne per i cittadini italiani: nel recente passato le vacanze estive sono state anche teatro di crisi governative, lo strappo del Mojito insegna, ma stavolta gli italiani sono chiamati a esprimersi diversamente. In ballo c’è la riuscita, sul piano istituzionale, del Referendum abrogrativo proposto da CGIL e +Europa.

I 5 quesiti, 4 sul lavoro e 1 sulla cittadinanza, hanno superato il vaglio della Corte Costituzionale e sono previsti per il prossimo 8 e 9 giugno 2025. In occasione del secondo turno di elezioni amministrative. La chiamata alle urne, per quanto riguarda la tornata referendaria, è valida soltanto in relazione al raggiungimento del quorum

Quanto conta il quorum

In altre parole: l’esito del Referendum sarà considerato attendibile soltanto nel caso in cui a votare si siano recati il 50% più uno degli italiani aventi diritto. Nello specifico: si vota domenica 8 giugno dalle 7.00 alle 23.00 e lunedì 9 giugno dalle 7.00 alle 15.00. Chiamati a esprimere un parere anche gli studenti fuori sede: potranno votare coloro che hanno presentato apposita domanda entro il 5 maggio 2025 per esercitare il proprio diritto in un Comune diverso da quello di residenza. 

Referendum 8-9 giugno 2025
Referendum 8-9 giugno 2025, cosa si vota

I quesiti da abrogare, eventualmente, sono 5: gli italiani – qualora voteranno sì – abrogheranno, cioè annulleranno con un atto di autorità pubblica, alcune norme specifiche in vigore. Quattro riguardanti il mondo del lavoro e una riguardante la cittadinanza con relativi diritti per gli italiani extracomunitari maggiorenni.

I quesiti sottoposti ai cittadini

In prima linea c’è il Jobs Act, direttamente correlato al ripristino dell’articolo 18 che prevede il reintegro nei casi di licenziamento illegittimo per i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015. Data dell’entrata in vigore delle norme targate Matteo Renzi, nel corso del suo Esecutivo, con la successiva introduzione del contratto a tutele crescenti. 

Referendum 8-9 giugno cittadinanza
Il prossimo 8 e 9 giugno i cittadini chiamati alle urne

Al vaglio anche i contratti a termine per limitarne l’utilizzo a causali specifiche e temporanee, senza contare l’eliminazione del limite di indennità per i lavoratori licenziati senza giustificazione nelle piccole aziende. Il fine ultimo è quello di aumentare le tutele per i lavoratori dipendenti all’interno di imprese con meno di 16 dipendenti. Si passa, poi, a verificare (e richiedere) la responsabilità solidale nelle aziende committenti negli appalti, in riferimento a riconoscimento di infortunio e malattia professionale

4+1: lavoro e cittadinanza, le domande nel dettaglio

L’ultimo quesito, ma non per importanza, promosso da +Europa, riguarda il dimezzamento da 10 a 5 anni per presentare e ottenere la richiesta di cittadinanza italiana da parte degli extracomunitari maggiorenni. 

Matteo Renzi Referendum Jobs Act
Jobs Act e cittadinanza al centro del referendum

L’abrogazione o meno di determinati quesiti implica anche una presa di posizione degli schieramenti politici: nello specifico FDI non ha ancora espresso una posizione ufficiale in merito, mentre il principale alleato di Governo – Forza Italia – si è detto a favore di un astensionismo politico poiché non condivide (come ha sottolineato il Segretario Tajani) la proposta referendaria. Dello stesso avviso anche la Lega: Salvini è pronto ad astenersi e invita, in maniera velata, gli elettori del Carroccio ad “andare al mare” invece di votare. 

Cosa scelgono i partiti

Leggermente diversa, invece, la linea di Maurizio Lupi e Noi Moderati. I quali andranno a votare (tratto distintivo all’interno di uno scetticismo generale riscontrabile fra i banchi della maggioranza), ma sceglieranno cinque no. Quindi, secondo Lupi e i moderati, le norme presenti devono restare al proprio posto e non essere annullate

Referendum 8-9 giugno Salvini e Tajani
La posizione dei partiti politici sul prossimo referendum abrogativo

Le opposizioni, invece, appaiono unite sul fronte del sì. Partito Democratico e Alleanza Verdi Sinistra sono compatti nella scelta di abrogare 5 quesiti su 5. +Europa, al contrario, sceglie di votare con due sì (in riferimento alle tematiche di cittadinanza, appalti e sicurezza sul lavoro) e tre no. Azione e Italia Viva spingono per la partecipazione al voto, ma non intendono abrogare il Jobs Act.

Il futuro dell’Italia

Matteo Renzi ha definito il ripristino dell’articolo 18 anacronistico e antistorico, dunque la scelta (in questo caso condivisa) con Calenda è votare sì soltanto al quesito inerente alla cittadinanza, mentre resta un secco no a tutti gli altri. Il Movimento Cinque Stelle, su messaggio del leader Giuseppe Conte, richiama alla libertà di coscienza dei singoli elettori. 

Non c’è una linea univoca di partito, ma l’ex Presidente del Consiglio ha fatto sapere che voterà 4 volte sì e una no. In riferimento alla cittadinanza, i pentastellati si dicono favorevoli allo Ius Scholae: “Il modo migliore per consentire l’acquisto della cittadinanza”, hanno ribadito. La chiamata alle urne del prossimo 8 e 9 giugno non è unicamente legata agli equilibri di Governo, ma anche al futuro dell’Italia. 

Il “Dopo di noi” arriva al cinema, ma l’assistenza ai disabili gravi resta un’utopia

Le opere cinematografiche di Greta Scarano e Michela Giraud diventano un manifesto perché dimostrano quanto sia importante una concreta attuazione della legge “Dopo di noi”

“Il cinema è una notizia che non finisce mai”. Da queste parole, dette da Francois Truffaut nel 1981 all’interno dell’unica intervista-confessione che il padre della Nouvelle Vague ha concesso, sono passati 44 anni. Quasi mezzo secolo in cui la Settima Arte è cambiata, così come la società: le opere cinematografiche incarnano – ancora e quasi sempre – confessioni più o meno intime. Oppure, in rari casi altrettanto intensi, esigenze della società in ambito culturale, sociale e politico.

Film di questo tipo, spesso, sono definiti impegnati: nel senso che si prendono l’impegno di tradurre esigenze di popolo in lungometraggio, anche registi e produttori talvolta si schierano. Quando accade le discussioni, non solo dal punto di vista critico e analitico, aumentano esponenzialmente in base a quel meccanismo – sempre valido – del bene o male purchè se ne parli. 

Il cinema diventa sociale

Affrontare un tema, anche sul grande schermo, per quanto spinoso sia, vuol dire occuparsene. Ecco perché oggi, a differenza di mezzo secolo fa, un’opera impegnata suscita più scalpore: molte battaglie a livello sociale e politico sono state vinte grazie all’ambizione e alla volontà di registi e produttori che hanno deciso di scommettere su un filone poco battuto, ma necessario. 

Nel recente passato, il film “Sulla mia pelle” – con la regia di Alessio Cremonini – è riuscito a raccontare l’epopea degli ultimi giorni di Stefano Cucchi, evidenziando anche la volontà della sorella Ilaria nel far luce sugli abusi che il fratello aveva subìto in detenzione, in maniera chiara e senza sconti. Questo è servito anche alla Giustizia per fare importanti passi avanti sul caso. Rimettere in moto la macchina, accendere nuovamente i riflettori su una vicenda che sembrava (ma non lo era affatto) sopita. Di opere come quella di Cremonini ce ne sono molte, non abbastanza per risolvere i non detti che attanagliano l’Italia, ma quanto basta per confermare la voglia di cambiare rotta. 

L’impegno di Greta Scarano e Michela Giraud

Questa volontà l’hanno mostrata (e dimostrata) anche Greta Scarano e Michela Giraud. Entrambe firmano un esordio alla regia arrivando da un percorso interpretativo molto serrato: la prima ha preferito misurarsi come attrice di corto e lungometraggi, mentre la seconda ha messo in mostra la propria vis recitativa grazie a monologhi e performance di vario genere. 

M. A. Monti, Y. Tuci, M. De Angelis
Una scena de “La vita da grandi”

Michela Giraud, infatti, è nota in prevalenza per la stand-up comedy. La fama come monologhista l’ha portata anche a misurarsi con ruoli complessi da interpretare: le porte della Settima Arte si sono aperte dopo una lunga gavetta. La regia, per quanto riguarda la Giraud, è sempre stato un sogno nel cassetto che ha deciso di aprire quando le è stata data la possibilità di cucirsi una storia su misura. Così lei, nel 2024, è uscita al cinema con Flaminia

“La vita da grandi” e “Flaminia”: due film manifesto

Una commedia corale che affronta anche il tema della disabilità parlando, tra il serio e il faceto, dello spettro autistico e di come le famiglie devono fronteggiare l’evoluzione di una patologia fin quando è possibile. La domanda al centro di tutto è: poi cosa succede? Una volta che la famiglia viene meno, oppure diventa anziana, le persone con disabilità grave come continuano la propria vita? A questa domanda Giraud ha provato a rispondere alla sua maniera, tra riflessioni e battute al vetriolo. 

Matilda De Angelis ne "La vita da grandi"

Ridere, ma anche riflettere. Sullo stesso piano ha voluto misurarsi Greta Scarano: la donna, anche lei per la prima volta dietro la macchina da presa, ha saputo confrontarsi con dramma e commedia, tra successo e capacità. L’esordio alla regia è figlio della volontà di raccontare la storia dei fratelli Tercon. I quali hanno un account Instagram dal nome evocativo: i Terconauti. Cresciuti insieme, il fratello maggiore è affetto da autismo e sua sorella cerca di emanciparlo volendo assecondare il suo desiderio di diventare cantante. 

Un obiettivo comune

Entrambi partecipano a una puntata di Italia’s Got Talent, ma per arrivare a questo è stato fatto un lavoro di accrescimento e maturazione importante con il fratello. Una “formazione” necessaria per entrambi, raccontata nel libro: “Mia sorella mi rompe le palle. Una storia di autismo normale”. Greta Scarano è partita da qui, per sviluppare fedelmente il resto. Protagonisti dell’opera: Matilda De Angelis e Yuri Tuci (interprete autistico per la prima volta sullo schermo). 

Una vicenda necessaria che, anche in questo caso, accende i riflettori sul dopo. Cosa sarà di ragazze e ragazzi con disabilità gravi quando le famiglie non potranno più assisterli? All’interrogativo dovrebbe saper rispondere una legge che, attualmente, è in vigore da 9 anni chiamata “Dopo di noi”. Nello specifico consiste nell’erogazione di fondi specifici, da parte del Ministero delle Politiche Sociali, frazionati tra le diverse Regioni per promuovere percorsi di vita dedicati a gruppi di utenti. All’interno di appartamenti attrezzati con operatori qualificati. 

“Dopo di noi”, una legge in stallo

Una sorta di proseguo di quel che si è appreso negli anni di crescita. Tra il dire e il fare, però, ci sono di mezzo le possibilità: la sperequazione, a livello territoriale, rende tutto più difficile. Quindi – a oggi – ci sono regioni più avanzate nell’adeguamento e la gestione delle disabilità gravi e regioni che, invece, rimangono in attesa. 

Un’attesa che diventa cronica fino a mutarsi in completa stasi. Lo conferma l’ultima analisi della Corte dei Conti, pubblicata lo scorso gennaio, che attesta come l’applicazione della legge “Dopo di noi” sia in ritardo rispetto agli obiettivi preposti. Le ragioni sono di natura economica, ma anche burocratica.  

I conti non tornano

466 sono i milioni stanziati per l’attuazione della legge “Dopo di noi”, ma tra il 2016 e il 2022 (contando le stime più recenti), a disposizione ce n’erano appena 240. Poco più della metà da trasferire alle Regioni e di questo capitale buona parte resta inutilizzata. Rendere più efficace l’attuazione della norma resta un bisogno primario: l’urgenza – non solo tra le famiglie con persone con disabilità gravi – è chiara. Nulla può più essere rimandato. 

Le risorse ci sono, ma – come afferma RedattoreSociale – soltanto 6 regioni su 20 hanno le risorse a disposizione. Nel senso che sono state effettivamente stanziate. Le altre restano in attesa. Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Toscana e Piemonte le regioni “fortunate” che hanno ricevuto i fondi previsti. Quest’erogazione parziale implica anche un numero ridotto, rispetto alle previsioni, di beneficiari

L’allarme della Corte dei Conti

Appena 8500 – negli ultimi anni – sono le persone che hanno usufruito degli indennizzi a disposizione. C’è un gap di 100-150mila persone ancora in attesa. La Corte dei Conti ha chiesto, nella fattispecie, una verifica ulteriore alle istanze di Governo per quanto riguarda la gestione effettiva delle risorse del Fondo. 

Anche perché (e questo è un problema collaterale) le spese stanno aumentando e, se i fondi (contando le regioni a cui li hanno già erogati) arrivano a singhiozzo rispetto all’intero capitale a disposizione, diventa ancora più difficile ottemperare alle necessità crescenti. Alcune delle quali, in alcune parti d’Italia, non possono essere procrastinate. Di alloggi, comuni e non comuni, adibiti per persone con disabilità ce ne sono sempre meno

Il futuro in prima visione

Questo vuol dire una vita inaccessibile, un futuro indecifrabile e tante paure per genitori anziani che vivono come una spada di Damocle l’avvenire dei figli. Una dipartita non si può evitare, ma la dispersione di risorse sì. L’opera di Greta Scarano – così come quella di Michela Giraud – diventa un manifesto perché mostra l’impegno di parenti e amici nei confronti di familiari con disabilità gravi ma questi non possono essere considerati degli “eroi”: hanno bisogno di assistenza e sostegno. 

Ecco perché film del genere dimostrano soprattutto che la disabilità non può essere ignorata o sottovalutata. Se il cinema impegnato, per tornare alla presa di coscienza in stile Truffaut, ha dimostrato che problemi ed emozioni restano sotto gli occhi di tutti, è arrivato il momento di non girarsi dall’altra parte. Nemmeno dopo i titoli di coda.

ACAB – La Serie: 10 motivi per credere nel sequel di Netflix

ACAB – La Serie conquista il pubblico di Netflix. Gli estimatori aspettano il sequel: 10 motivi per credere nel secondo capitolo del progetto.

ACAB è un acronimo usato negli Stati Uniti, in prevalenza, che sintetizza il concetto “All Cops Are Bastards”. Affermazione forte volta a sintetizzare – in special modo nelle fasce di popolazione maggiormente ghettizzata – la piaga sociale degli abusi in divisa.

Le prevaricazioni da parte di alcuni rappresentanti delle Forze dell’Ordine sono oggetto di riflessione e dibattito non solo negli USA, al punto che anche in Italia si è cominciato a parlare del tema da diversi anni. Nello specifico la terminologia (ACAB) dalla matrice statunitense è stata importata, per così dire, anche nello slang italiano. 

In principio fu Sollima

Non solo semantica, anche attualità e – in qualche caso – racconto. Il primo a portare una tematica, focalizzata sulla vita e lo sviluppo della Polizia Celere (con riferimento al Reparto Mobile) in Italia, simile al cinema è stato Stefano Sollima. Il regista romano che, dal 2008, ha aperto la strada tracciando il sentiero delle nuove serie crime con il successo di “Romanzo Criminale” – ispirata all’omonimo romanzo e tratta in parte dal film diretto da Michele Placido –, sceglie di raccontare uno spaccato di vita partendo non solo dai fatti del G8 di Genova (2001), ma affrontando anche la quotidianità, i compromessi e le scelte che è chiamato (talvolta costretto) a fare il celerino. Vessato dall’opinione pubblica, ma spesso mandato in prima linea nel vulnus del dissenso. Piazze, manifestazioni, insofferenza e tanta violenza. 

ACAB Giallini Bellè
L’importanza del sequel di ACAB

Certi atteggiamenti restano ingiustificabili quando si indossa una divisa, ACAB (il film) vuole raccontare cosa c’è dietro e soprattutto come si arriva – non sempre, ma ancora troppo frequentemente – a perdere il controllo. Quest’evoluzione, che può tradursi in una spirale negativa, è figlia di innumerevoli fattori che poco hanno a che fare con il servizio fine a sé stesso. 

Il successo di Favino, Nigro e Giallini

Riportare ordine è solo una parte dell’operato della Celere, Stefano Sollima – attraverso il contributo di un cast corale che trova massima espressione nei ruoli di Filippo Nigro, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini e Andrea Sartoretti – descrive la natura complessa e altalenante di un mestiere fatto di compromessi ed esasperazioni che portano alla mutazione di mentalità e caratteri. I protagonisti (Negro, Mazinga e Cobra) rappresentano 4 personalità tipiche e distinte: uomini, celerini, sottoposti chiamati a essere leoni tra luci e ombre della quotidianità e del lavoro.

ACAB serie
Una scena tratta da ACAB-La Serie

Il lungometraggio in sala ottiene il successo sperato. Stefano Sollima conquista il favore di pubblico e critica, così come chi ha lavorato a un’opera tanto intensa quanto necessaria. A 13 anni dall’uscita in sala, la parabola storica ed evolutiva del celerino viene raccontata nuovamente. Stavolta, però, Sollima viene sostituito da Michele Alhaique. 

Dal film alla serie Netflix

Il film diventa una serie, sempre attingendo dallo scritto di Bonini: ACAB si snoda all’interno di 6 episodi, tutti importanti. Degli interpreti iniziali resta soltanto Marco Giallini (la parabola seriale, infatti, viene incentrata su di lui e sul comando che tiene unito con sacrificio e una buona dose di complicità) nei panni di Mazinga. Insieme a lui collaboratori, amici e colleghi fedeli.

In particolare Pietro Fura, il quale resta gravemente ferito durante alcuni scontri in Val di Susa. Nello stesso frangente viene pestato un ragazzo, che si ritroverà a lottare fra la vita e la morte, mentre Fura dovrà passare il resto della vita su una sedia a rotelle. Questo stravolgimento iniziale cambierà le vite dei componenti del Reparto Mobile di Roma fino a chiedersi quanto ancora valga la pena continuare a nascondersi dalle proprie debolezze e cicatrici. 

Mazinga e gli altri

La serie rispetto al film è più completa sul piano analitico ed evolutivo dei singoli personaggi, la figura di Mazinga (Marco Giallini) fa da collante a tutto il resto della squadra. L’antagonista, per modi e approccio al lavoro, è Adriano Giannini (che veste i panni di Michele Nobili) trasferito a Roma per sostituire Fura. Dal rapporto fra i due scaturiscono nuovi equilibri che si ripercuotono sugli altri effettivi del reparto, in primis Marta Sarri (interpretata da Valentina Bellè).

ACAB Pierluigi Gigante
Pierluigi Gigante in ACAB-La Serie

La serie propone un finale aperto e i telespettatori attendono risposte. Ci sarà una seconda stagione? La risposta è forse. O meglio: Netflix non ha ancora fatto sapere nulla agli abbonati che, da settimane, commentano sotto ogni post dell’azienda chiedendo un secondo capitolo di quella che potrebbe diventare – eventualmente – anche una saga. Nessuno prevede il futuro, ma nel presente (rimanendo legati alla stretta attualità) è possibile rintracciare 10 motivi per cui ACAB – La serie merita un sequel

10 motivi per un sequel

  • La fotografia: i tagli garantiti da Vittorio Omodei Zorini sono qualcosa di inedito nella serialità televisiva. Riesce ad accompagnare metaforicamente lo spettatore nelle notti più buie in cui la Celere presta servizio, senza sminuire il tasso d’azione presente in ciascun fotogramma. L’illusione di essere presenti in ogni avvicendamento, persino il più brusco, è netta e il coinvolgimento – sotto tutti i punti di vista – ne giova. 
ACAB Giannini
Adriano Giannini in ACAB-La Serie
  • L’evoluzione dei personaggi: i caratteri dei singoli protagonisti sono scritti e delineati con una precisione chirurgica. Ogni pedina è fondamentale per gli sviluppi e l’equilibrio della storia. Un secondo capitolo approfondirebbe le “maschere” mostrate con accuratezza, cinismo e la giusta dose di pathos. 

Chiudere un cerchio

  • Il finale: è necessario un epilogo per evitare di lasciare diverse storie a metà. All’interno degli episodi si mostrano delle parti fondamentali, che coincidono con snodi emotivi piuttosto forti, che devono avere una chiusura.
  • Amerigo Panebianco: il personaggio di Sandro Bersani, anche grazie all’impostazione trasversale garantita dalla natura dell’interprete, è diventato un riferimento dentro e fuori i social. I fan azzardano lo spin-off dedicato a lui: si tratta di una richiesta goliardica, per il momento basterebbe un sequel per colmare quei vuoti che Panebianco ha lasciato. Soprattutto nel cuore degli estimatori. Bersani, nello specifico, ha lavorato già in contesti molto importanti. Era all’interno di “Adagio” – diretto da Stefano Sollima – e ha preso parte alla prima stagione di “Vita da Carlo”. Sotto la supervisione di Carlo Verdone. Senza contare l’esperienza americana all’interno di “Simple Favor 2”. Non è l’unico, tra i personaggi secondari, ad avere un respiro internazionale sul piano professionale. Daniele Natali, Maurizio Tesei e Fulvio Pepe sono interpreti a cui lasciare spazio – insieme alla parabola crescente di Panebianco – all’interno di un possibile secondo capitolo ricco di spunti ed eventuali approfondimenti.

Michele Alhaique: una scommessa vinta

  • La regia: Michele Alhaique ha dimostrato, anche grazie a “Senza nessuna pietà”, di districarsi bene nella dimensione dell’action thriller. In ACAB – La serie ha strizzato l’occhio al Drama senza snaturarlo. Un’ulteriore evoluzione potrebbe garantire nuovi canoni anche all’interno di determinati standard. Una potenziale pagina bianca da riempire ancora.
  • Il ruolo del gruppo: la serie mostra un meccanismo molto presente nella società di oggi, la forza – anche coercitiva – del gruppo. Una sorta di cameratismo, nocivo quando portato agli estremi, che cessa di esistere nel momento in cui i singoli componenti si ritrovano a fare i conti con i rispettivi traumi. La violenza (anche rispetto a determinati atteggiamenti non per forza fisici) passa dall’ambiente di lavoro al lato più intimo di ciascun personaggio. Non senza conseguenze. Capirne le ripercussioni potrebbe essere un ottimo spunto per il secondo capitolo.

Il ruolo del pubblico

  • L’impatto sul pubblico: ACAB- La Serie ha riacceso un dibattito che, nella sostanza, non si è mai spento. I celerini rappresentano l’esasperazione negativa delle Forze dell’Ordine oppure no? Un interrogativo che la cronaca ha alimentato nella mentalità degli italiani (e non solo) dando vita a dissertazioni politico-sociali e – in parte – culturali di vario genere. La serie non garantisce una risposta precisa, né tantomeno vuole riabilitare le nefandezze (che si possono trovare all’interno di ogni contesto lavorativo). Fornisce, però, uno spaccato veritiero che non finisce all’interno dell’orario di lavoro. Mostra anche cosa succede quando i componenti del Reparto mobile tornano a casa. Se possibile, lì comincia una seconda “Via Crucis” impossibile da ignorare. 
  • La disabilità: all’interno della serie viene descritta la metamorfosi di Pietro Fura (Fabrizio Nardi), costretto su una sedia a rotelle dopo il pestaggio in Val di Susa, il cambiamento – non solo fisico – sembra inizialmente una sorta di “contrappasso” per quel che ha vissuto fino a quel momento (da leone in divisa a sottomesso fra quattro mura). In realtà rappresenta una rinascita graduale colma di rabbia, inizialmente, che potrebbe sfociare in metabolizzazione e catarsi. Uno dei caratteri da approfondire e su cui basare parte del possibile sequel.

Dal romanzo alla piattaforma

  • Il romanzo di Bonini: l’opera da cui la serie e il film sono tratti è divisa in diversi episodi. I sentieri da percorrere in tal senso possono essere ancora tanti. C’è margine per attingere ulteriormente dalle pagine di una fatica letteraria ancora molto attuale. La serie non ha riferimenti precisi ad alcune parti del libro, proprio per questo potrebbero esserci molteplici sviluppi. 
  • Crossover con il film: l’opera vede tra i protagonisti principali anche Pierfrancesco Favino e Filippo Nigro. Entrambi considerati molto bene da Netflix. L’azienda potrebbe valutare di basare il sequel anche sul rientro di un altro dei personaggi iniziali. Da accompagnare a Giannini e Giallini, Filippo Nigro ha già mostrato confidenza con il colosso streaming lavorando a “Suburra – la serie”. Il crossover è servito. 

Netflix è al centro di decisioni importanti, specialmente per quanto riguarda la composizione dei palinsesti che verranno. Il pubblico aspetta “Mercoledì 2” – direttamente dalla fantasia di Tim Burton, che ha trovato nuova linfa anche al cinema con un altro sequel: “Beetlejuice” – nel frattempo, però, auspica di vedere anche il secondo capitolo di ACAB. Per questo credere nel sequel, oggi, non è un’utopia.

Un giorno con Checco Zalone

Dieci anni fa l’incontro con Luca Medici, alias Checco Zalone: da “Quo Vado” a “L’ultimo giorno di patriarcato”. Profezia di un successo.

Il 1° gennaio del 2016 usciva nelle sale “Quo Vado”, film dei record di Checco Zalone – al secolo Luca Medici – con la collaborazione e la regia di Gennaro Nunziante. Medici ha scritto anche parte della sceneggiatura. 

È importante ribadirlo perché, da allora, comincia il viaggio professionale dell’interprete pugliese verso la maturazione artistica. “Quo Vado” batte ogni record d’incasso e consenso. Piace a pubblico e critica: ne parla chiunque, senza esitazione. Al punto che, nei programmi di intrattenimento, nasce il “Checcothon”: contatore che misura, ironicamente, gli incassi per minuto dell’opera.

Medici in prima linea

Per vedere risultati simili, anche migliori, dobbiamo aspettare il debutto alla regia di Paola Cortellesi con “C’è ancora domani”. Tornando a Zalone, invece, le sue opere già nove anni fa erano un riferimento. “Quo Vado” superò ogni aspettativa, ma c’erano anche le premesse (ottime) di “Cado dalle nubi” – suo primo film da protagonista – e “Che bella giornata”

Senza dimenticare “Sole a Catinelle”. La costante di queste opere è l’occhio vigile di Gennaro Nunziante. Il sodalizio con il regista pugliese si interrompe per l’uscita di “Tolo Tolo”, in cui Zalone si mette in gioco anche dietro la macchina da presa. 

Dal successo di “Quo Vado” a “Tolo Tolo”

I risultati non sono gli stessi: bene all’esordio, ma l’opera rimane controversa e divisiva. Non ha lo stesso impatto delle precedenti. Luca Medici, tuttavia, non ha mai avuto intenzione di mettere d’accordo tutti: l’artista – sia al cinema che sul palco – ha sempre voluto lasciare la propria impronta usando una determinata cifra stilistica. 

Checco Zalone record al cinema con Tolo Tolo
Zalone da record nelle sale italiane (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

A Zelig, quando accanto a lui c’erano Bisio e Vanessa Incontrada, lo ha dimostrato attraverso le canzoni. Satira allo stato puro, contro quelle che erano le convenzioni sociali dei primi anni Duemila. “La taranta de lu centro destra”, oppure “Testimona di Geova”, fino a “Ti regalerò una cosa”. Brani in grado di strappare qualche sorriso e addirittura alcune riflessioni. In barba al politicamente corretto. 

Le canzoni come risorsa

L’espediente canoro, per Zalone, è rimasto anche al cinema: i brani, così come tutta la parte musicale, li compone e cura personalmente dalla sua prima opera. “Cado dalle nubi” consegna al cinema singoli potenti e dissacranti come “Gli uomini sessuali” o “Angela”. “Che bella giornata”, invece, è la culla di “L’amore non ha religione”. 

Checco Zalone durante una scena di Tolo Tolo
Checco Zalone in scena (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

Hit suonata e trasmessa anche nell’estate successiva all’uscita del film. Stesso iter, con meno impatto, per quanto concerne “La cicogna strabica”. Sorte diversa per “Immigrato” – nel video del brano anche Emanuela Fanelli – mostrato anche come teaser di “Tolo Tolo”

Il silenzio è d’oro

Zalone è questo: cinema, musica e teatro. Come dimostrano le presenze al Festival di Sanremo negli anni. In altre parole: show. Un intrattenimento puntuale, ma anche profondamente strategico. Quando Zalone non esce al cinema va in un “letargo artistico” che, solitamente, dura tre-quattro anni. 

Una decisione maturata proprio dopo il successo – all’epoca senza precedenti – di “Quo Vado”. Lo ha ribadito nell’incontro avuto al Cinema Adriano nel dicembre 2015. Mattina presto, l’appuntamento era in quella che sembrava essere una delle attività di punta del produttore cinematografico Massimo Ferrero. 

Quell’incontro al cinema Adriano

Ora quel multisala è in mano agli olandesi che hanno ereditato il patrimonio dell’ex Presidente della Samp dopo le vicende giudiziarie che lo hanno riguardato. Checco arriva puntuale e inizia ad aprirsi: racconta come è arrivato all’idea di “Quo Vado” e come Nunziante abbia saputo tradurre semplici suggestioni in realtà

Checco Zalone sul set di Tolo Tolo
L’attore in una scena di “Tolo Tolo” (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

Parole che trovate ovunque se digitate su Google “Quo Vado conferenza stampa”. Checco Zalone, in quell’occasione, però, volle rimanere 40 minuti in più insieme all’autore di questo pezzo (per un attimo, quanto basta, le regole giornalistiche vengono meno, con l’esclusivo intento di far capire come sia andata davvero). 

Il retroscena alla conferenza stampa

Forse sorpreso dal fatto che un cronista in carrozzina abbia saputo capire fino in fondo cosa volesse dire sul grande schermo, o forse perché aveva apprezzato i modi con cui era iniziata la chiacchierata. Sta di fatto, magari è un caso, che da quel 30 dicembre 2015 Zalone ha iniziato – a suo modo – anche a occuparsi di disabilità: gli spot “satirici” con Famiglie SMA sono un esempio. 

Quello che conta, però, è ciò che ha voluto rivelare nel contesto di una semplice ma – al tempo stesso – potente intervista. Checco Zalone aspetta, scompare e riappare mediaticamente come una scintilla, affinchè il pubblico possa attenderlo.

L’esempio di Alberto Sordi

Zalone ha rifiutato (e questo lo ha confermato in più punti di quella chiacchierata che uscì per Silenzio in Sala) spot milionari perché vuole “conservare” la propria faccia: “Alberto Sordi – disse – non ha mai fatto pubblicità perché intendeva arrivare al cinema con gli spettatori ansiosi di rivederlo”. Insomma: non si espone più del dovuto. 

Gli spot benefici sono stati l’eccezione che ha confermato la regola. Quando Medici, alias Zalone, appare è perché c’è qualcosa che bolle in pentola. E qui torniamo alla stretta attualità: l’ultima performance dell’artista si chiama “L’ultimo giorno di patriarcato”

L’ultimo giorno di patriarcato

Un video social che ironizza, anche con la partecipazione di Vanessa Scalera, sulla fine del patriarcato. La canzone è irriverente, così come il filmato che l’accompagna: chiaro e divisivo allo stesso tempo. Infatti sono giorni che gli utenti si dividono nel commentare tale trovata. E questa è la forza di Luca Medici: troppo spesso si è detto che facesse ridere per far riflettere, ma Zalone (esattamente come un’altra maschera dello spettacolo italiano, Ugo Fantozzi) fa discutere. 

Le sue opere – sotto forma di canzone e sotto forma di lungometraggio – attirano e animano il dibattito. In questi tempi dove tutto è tifo diventa essenziale, poi c’è la raffinatezza di farlo in un certo modo, ma questo è un discorso più ampio che Medici prima e Zalone poi hanno capito anticipatamente. 

Il fine giustifica i mezzi

Oltre il “bene o male purchè se ne parli” c’è il fine che giustifica i mezzi. Le discussioni sotto i post, o fuori alle sale, di Zalone creano cultura. Intesa in maniera diversa, forse più trasversale, rispetto a come la intendiamo oggi.

La cultura – in senso più ampio – non è solo sfoggio di nozioni, ma anche e soprattutto discussione. Dibattito, anche acceso. Zalone conserva la forza del disquisire che parte, in quest’ultima tribute song, dai social e arriva nelle case. Forse, tra un giudizio e un interrogativo, il pubblico comincerà a guardare oltre e magari a chiedersi anche qualcosa in più sull’attuale differenza di genere che vige a livello sociale, politico e culturale. O le conseguenze di quel che Zalone dimostra, anche con l’ausilio della musica. Con Zalone si ride, qualche volta si esagera, ma soprattutto si coltiva un’intesa. 

L’attesa come espediente

Luca Medici vuole questo e, per tale ragione, conserva e centellina la sua immagine. Per creare attesa, ma in special modo per alimentare la dissertazione: tra chi gli dà del genio e chi, invece, lo considera esasperante c’è l’essenza dei temi di oggi che vengono fagocitati – in qualche caso – troppo velocemente. Invece Luca Medici, con Checco Zalone, riesce ad alimentare e sviscerare ogni situazione per più di 48 ore. 

Tolo Tolo, l'ultimo film di Checco Zalone
Luca Medici nei panni di Checco Zalone (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

Non è poco, forse è tutto. Ancor di più averlo capito quando gli altri erano ancora altrove. In attesa del prossimo film, magari con quella Scalera co-protagonista che ha rappresentato così bene “L’ultimo giorno di patriarcato” per arrivare a descrivere – altrattanto chiaramente – il nuovo giorno di Luca Medici, con Checco Zalone sempre in agguato.

L’ultima ruota del Carroccio

Matteo Salvini ha mostrato vicinanza a Trump e Putin. Gli equilibri della politica interna (e quella estera) passano anche dalle sue scelte.

Lo scontro Trump-Zelensky nella Sala Ovale ha stravolto gli equilibri del mondo. La risoluzione del conflitto russo-ucraino è sempre più lontana e l’Italia resta al centro della scena geo-politica attuale: Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, sceglie di non scagliarsi contro il Presidente americano. 

L’esatto contrario fanno i principali leader europei, in testa Emmanuel Macron, dando sostegno e solidarietà all’Ucraina e al proprio leader. “Serve una pace giusta” – dicono molti – riferendosi alla stoccata del Presidente USA, che ha reagito in maniera veemente al cospetto del collega ucraino attaccandolo senza mezzi termini in mondovisione. 

Trump e Zelensky, molto più di una lite

Un testa a testa che non solo inasprisce i rapporti e gli equilibri di politica estera, ma spacca anche la stabilità interna al Governo italiano. Giorgia Meloni, unica leader europea presente all’inauguration day di Trump, cerca di mantenere un equilibrio senza successo. Al cospetto dell’America afferma: “Ogni divisione dell’Occidente ci rende più deboli”. 

Le sue parole – sommate alla dichiarazione: “Una risoluzione del conflitto russo-ucraino non può prescindere dagli Stati Uniti” – vogliono cercare di tutelare il rapporto con l’Europa conservando la diplomazia con gli USA. Evitare di schierarsi non è possibile. 

Salvini (ri)scopre l’America

Lo sa bene Matteo Salvini, attuale Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture e vice-premier, il quale si schiera nettamente con il tycoon americano: “Obiettivo pace! Basta con questa guerra, forza Trump”, scrive il leader del Carroccio su X. 

Salvini presenta il nuovo Codice della Strada
Il Ministro dei Trasporti spiazza gli alleati di Governo (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

Posizione che non solo complica la situazione agli occhi dei colleghi europei – supportare in maniera incondizionata chi vorrebbe la resa della popolazione ucraina non è un buon biglietto da visita – ma osteggia anche gli equilibri di partito nella politica interna

“Andiamo a Mosca”: la frase che imbarazza l’Italia

La Lega, infatti, è un alleato di Governo e mostrare vicinanza a Putin e Trump (attraverso gli appelli accorati del proprio leader, il quale immediatamente dopo lo scontro USA-Ucraina nella Sala Ovale della Casa Bianca si è mostrato mentre beveva vodka al grido di “Andiamo a Mosca”) vuol dire rinnegare i principi costituzionali della nazione italiana

Salvini durante il suo viaggio in Israele
Il Ministro dei Trasporti divide la Lega (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

L’imbarazzo dei principali alleati dell’esecutivo è palpabile: Forza Italia, con Tajani rappresentante e capo fila, dribbla le dichiarazioni del Segretario leghista e pensa al futuro. Un avvenire senza Matteo Salvini. Sì, perché l’obiettivo – ormai neanche troppo celato – è quello di disfarsi (senza mezzi termini) del leader del Carroccio. 

L’ex Ministro dell’Interno è una zavorra: spuntano le chat

È sufficiente osservare le chat che si sono scambiati alcuni rappresentanti di Fratelli D’Italia e Forza Italia – pubblicate all’interno del libro-inchiesta “Fratelli di chat” firmato Giacomo Salvini, giornalista de “Il Fatto Quotidiano” – per capire che la stima nei confronti dell’attuale Segretario federale della Lega sia ai minimi storici

Salvini durante una diretta con i follower del profilo ufficiale della Lega
L’ex Ministro dei Trasporti al centro delle tensioni interne alla maggioranza (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

L’ex Ministro degli Interni, ormai, è una zavorra: lo pensa Giorgia Meloni, lo pensa Antonio Tajani e ancor peggio lo pensa Umberto Bossi. Il 13 aprile del 2024, infatti, in occasione dei suoi 82 anni, il fondatore della Lega Nord ha riunito l’anima più fedele del partito (alcuni fra i rappresentanti di spicco della formazione) per cercare di ritrovare valori più consoni alla scena attuale: “Serve un nuovo leader”, aveva detto Bossi con un filo di voce. 

“Serve un nuovo leader”: la profezia di Bossi

L’assist per un cambio di guida al Carroccio è stato fin troppo palese. Al punto che, ad aggiustare il tiro per evitare qualsiasi tipo di incidente diplomatico, ci ha pensato il vice-segretario Crippa che disse: “I voti si contano ai congressi, senza Matteo Salvini la Lega non esisterebbe più”.

Insomma il vice-premier resta al suo posto. Almeno fino a prova contraria. E il vento contrario è cominciato subito dopo le ultime Elezioni Europee: la Lega di Salvini ha ottenuto il 9% dei consensi. Una musica totalmente diversa (e decisamente più fioca) rispetto a quella del 2019, quando il Carroccio s’impose alle urne con il 34,3% e 28 seggi ottenuti

La Lega in caduta libera

Una differenza pari al 25,3% difficile da colmare soltanto con buoni propositi e promesse. La Lega è in caduta libera e questo anche per via di alcune scelte non chiare, in special modo ai fedelissimi. La prima, per restare sulla stretta attualità, è la vicinanza a Donald Trump e, quindi, alla Russia di Putin. 

Salvini è uno dei pochi leader a mostrarsi favorevole nei confronti della politica dei dazi, imposta anche all’Italia, di The Donald. Su questo argomento lo ammonisce subito Luca Zaia: “Siamo assolutamente preoccupati. La politica dei dazi non fa bene al mercato”. Netto distacco dal quartier generale della Lega, a conferma che i mal di pancia nell’anima più Bossiana del Carroccio non sono finiti

Filo diretto con Mosca: dalla maglietta di Putin agli appelli social

C’è, poi, la questione della vicinanza a Mosca che, oltre a Meloni e Tajani, imbarazza anche il resto dell’ambiente leghista. Nella fattispecie Salvini – da quando è scoppiata la guerra in Ucraina e Putin ha attaccato i territori del Donbass – ha cercato di aggiustare il tiro: “Quando scoppia una guerra, tutto cambia” ma i risultati sono stati poco soddisfacenti. 

Al Governo, e in quella parte di Lega che vorrebbe un cambio di rotta, hanno buona memoria e si ricordano bene quando l’attuale leader della Lega – tra il 2014 e il 2019 – si presentò a Mosca per ben 9 volte. Una delle quali al centro della Piazza Rossa per protestare contro le sanzioni occidentali invise al Carroccio. Correva l’anno 2014. 

Le frasi contro Mattarella

365 giorni dopo Salvini diede spettacolo a Strasburgo per ribadire la propria contrarietà alle scelte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale diceva che chiudere le frontiere per arginare l’immigrazione fosse controproducente per l’UE. In quel frangente l’attuale Ministro dei Trasporti, in presenza al Parlamento Europeo con la maglietta di Putin (la stessa che fece infuriare il Sindaco di Przemysl, Wojciech Bakun, 7 anni più tardi), scriveva sui propri canali ufficiali: “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin”. Era l’epoca dei “porti chiusi”, in cui venivano “prima gli italiani” e altri slogan che hanno scandito la storia recente del Paese. 

Immagini e appelli che risuonano nella coscienza di molti. Stonano – invece – nella quotidianità di Tajani, Meloni e Zaia. I quali cercano strade diverse per la conciliazione e una pace giusta, non solo verso l’Ucraina, ma nessuna di queste combacia con l’attuale visione di Matteo Salvini

“La Russia più democratica dell’UE”

Il quale difende Putin e Trump a spada tratta con frasi fatte che, invece di rafforzare il proprio elettorato, lo indeboliscono. Al pari di quando affermò: “Quando la gente si esprime è sempre una buona notizia, a prescindere dall’ideologia”. Il riferimento era al Referendum in Crimea, circa la possibile annessione alla Russia.

In quel contesto i miliziani di Putin erano d’innanzi alle urne, armi alla mano, non esattamente un clima democratico. Eppure Salvini ebbe il tempo di aggiungere: “Credo che la Russia sia più democratica dell’Unione Europea”. 

Il Carroccio si svuota

Tutti post, frasi e convinzioni che attualmente suonano come la necessità di ricostruire e ricostruirsi un’immagine dopo la disfatta alle urne del 2024. La Lega, tuttavia, perlomeno quella a trazione Salviniana, lo sta facendo attraverso un sentiero impervio e pericoloso. In un momento in cui si cerca di predicare la pace e l’unione, mostrarsi al cospetto di coloro che non hanno la minima intenzione di deporre le armi è una scelta poco felice. 

In particolare agli occhi di chi dovrebbe (o potrebbe) determinare il peso elettorale del Carroccio nei prossimi mesi: non è un mistero, infatti, che i leghisti delusi dal percorso di Salvini – pronti a cambiare bandiera – stiano aumentando.

Fratelli D’Italia pronto al colpaccio

Fratelli D’Italia, come già successo nel recente passato, può e vuole accogliere gli scontenti per rafforzare un simbolo che gode – al netto delle tensioni interne – del 30,1% dei consensi e continua a crescere nei sondaggi (come mostrano le percentuali PagellaPolitica del 3 febbraio 2025).

Matteo Salvini cammina su un filo a stelle e strisce sempre più sottile, prova a strizzare l’occhio a Putin, ma il rischio che di tutti questi ammiccamenti elettorali e assist – tra l’ipotesi di una pace saltata in Ucraina e l’aumento dei dazi in Europa – non resti più nulla è concreto. A quel punto l’ex Ministro degli Interni dovrà scegliere che strategia adottare, sempre che sia ancora in tempo per averne una. Tagliarlo fuori dagli equilibri di Governo, per i suoi alleati e anche compagni di partito, non è più soltanto un’eventualità.

Sorrisi e Gazzoli

Gianluca Gazzoli è conduttore e ideatore di uno dei contenuti più seguiti in Rete: “Passa dal BSMT”. Perchè divide la critica radio e tv.

In questi mesi, complice la serie televisiva sugli 883, la città di Pavia è tornata alla ribalta. Pezzali e Repetto non sono gli unici che portano l’atmosfera pavese alla riscossa. Tra le personalità di maggior successo, attualmente, c’è Gianluca Gazzoli. Speaker e podcaster. 

La sua attività, è possibile parlare di florida carriera, a Radio Deejay, sta venendo quasi offuscata dal BSMT. Quello che per Pezzali e Repetto era una sorta di rifugio, denominato nella serie tv e anche da loro stessi “la tavernetta”, per Gazzoli è il Basement. 

Gazzoli e il BSMT: un sogno ad occhi aperti

Una vera e propria costruzione dove c’è tutto: lo studio in cui vengono registrate le puntate del video podcast, ma anche ogni necessità che serve a far decollare un progetto che ormai rappresenta una costante da 4 anni

Gianluca Gazzoli con Luca Ward al BSMT
Il conduttore radiotelevisivo intervista Luca Ward (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

Gazzoli non fa semplici interviste: porta avanti conversazioni. Nell’epoca della concorrenza spietata e dell’offerta polifunzionale, in cui esce un podcast al giorno e chiunque sogna di fare talk show, non è poco. Il suo “Passa dal BSMT” riesce a distinguersi, anche e soprattutto per gli ospiti che riesce ad avere: sono passati da lui – tra gli altri – Valentino Rossi, Matteo Berrettini, Paolo Bonolis e Renato Zero

Il potere della conversazione

Le puntate arrivano a durare anche un paio d’ore ciascuna, la volontà del conduttore non è quella di portare sullo schermo (e in Rete) interviste “belviche” (ricordando Francesca Fagnani). Gazzoli non mira alla domanda pungente, neanche ha la prosopopea di scimmiottare i grandi giornalisti.

Gianluca Gazzoli e Carlo Cracco al BSMT
Carlo Cracco ai microfoni di “Passa dal BSMT” (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

Non è Letterman e nemmeno coltiva l’ambizione di esserlo. Dal punto di vista autorale e contenutistico c’è un grande lavoro che si basa su un concetto che, oggi, prova a fare chiunque ma 1460 giorni fa non era così scontato: quello della chiacchierata

La forza degli aneddoti

In un momento storico in cui tutti vogliono – e probabilmente possono – intervistare chiunque (avendo strumenti e canali dedicati), Gazzoli cerca (e gli riesce benissimo) di recuperare aneddoti. Attualmente chiunque vuole raccontarsi e raccontare, ma sempre meno sono coloro che hanno effettivamente qualcosa da dire. 

Sembra sempre di assistere a un dejavù: i giornalisti – in qualche caso – si prestano all’intrattenimento, allora Gazzoli porta l’intrattenimento dalla parte dell’informazione. Nel suo studio, che ha scelto (come racconta in una recente intervista al Corriere della Sera) insieme alla moglie e ai colleghi-amici che oggi lavorano con lui, ospita i volti noti senza però avere l’ardire di metterli in difficoltà

Gli haters e le critiche

L’atmosfera è la stessa di una chiacchierata semplice ma efficace: la retorica che può avere un appassionato di musica o arte quando incontra i propri idoli. Nelle puntate di BSMT sembra che non ci sia una scaletta: la conversazione procede spedita e gli intervistati parlano a ruota libera, incalzati ma non sovrastati da Gazzoli, con la scioltezza che avrebbero dal proprio amico di riferimento. 

Nasce una simbiosi che rende ogni puntata interessante, ma anche ricca di critiche. Gli haters, in questo senso, a Gazzoli non mancano: i giornalisti di professione, spesso anche a mezzo stampa, si sono scagliati contro il format del conduttore. 

Cosa non piace

Domande banali, interviste poco ficcanti: queste le rimostranze più gettonate. Due fra le puntate più apprezzate, quelle con Stefano Nazzi e Luca Ward, vedono persone completamente a proprio agio che danno sfogo a una sorta di flusso di coscienza nel raccontare sé stessi e il proprio lavoro senza sentirsi pressati o sotto esame. 

Il clima è lo stesso che potremmo trovare in una qualsiasi birreria o pub meneghino, ma è quasi tutto scritto. Gazzoli – anche se non lo dice apertamente – studia le biografie a memoria e si riaggancia (con l’aiuto degli autori e collaboratori) alla stretta attualità senza risultare pedante. Il linguaggio è semplice e diretto. Il ritmo cadenzato. 

I giornalisti fanno muro

Quel che non viene digerito da molti cronisti è proprio la volontà da parte dell’ideatore e conduttore di BSMT di non affondare mai il colpo. Nessun ospite, nel corso delle edizioni del programma, è stato mai messo in difficoltà.

Gianluca Gazzoli intervista Aurora Ramazzotti al BSMT
Aurora Ramazzotti a “Passa dal BSMT” (Screenshot Instagram profilo ufficiale)

Il motivo, però, è insito al format: Gazzoli non ha mai puntato a fare indagine giornalistica. Gazzoli è un conduttore che presenta, illustra e determina situazioni. Una situazione può essere anche (e soprattutto) una chiacchierata fra persone illustri o comuni. 

Un simposio in Rete

Esiste il problema delle fonti e dell’autorevolezza dei cronisti, che troppo spesso in Italia sta mancando, ma questa non è una questione che può risolvere uno speaker radiofonico. Perché, appunto, fa un altro mestiere. 

Il BSMT – e questo forse è il dilemma da risolvere – non può essere visto esclusivamente come una fonte d’informazione. Deve considerarsi al pari di un “salotto letterario”, in cui diverse menti e altrettante coscienze si confrontano, senza la determinazione di voler giungere alla verità. Si giunge a delle conclusioni.

Prima – nell’antichità – si tenevano i simposi. Oggi si fanno, in alcuni casi, i podcast: Gazzoli questa analogia l’ha capita perfettamente. Coloro che vogliono attribuirgli qualifiche diverse da quelle che ha, forse, lo hanno fatto meno. L’importante, per Gazzoli, è continuare a raccontare: i cronisti indagano, o dovrebbero farlo, lui sogna ad occhi aperti. Molto spesso tenendo i microfoni accesi. 

La Donà che visse due volte

Marta Donà raggiunge Caterina Caselli per talenti portati al successo grazie a Sanremo: com’è nata la sua impresa dopo gli inizi in Sony.

Dietro le quinte, come un allenatore alle corde del ring, per esserci quando serve e indicare la miglior strategia da adottare. Poca voce, tanta voglia di fare e quei capelli che riempiono la sala di registrazione e segnano – al pari di un biglietto da visita a caratteri cubitali – il cambiamento nella musica e nel business. 

Questo (e molto di più) sa essere Marta Donà. Oggi manager di 4 vincitori in 5 anni del Festival di Sanremo, ma da sempre personalità eclettica e pronta in un mondo che – a tratti – non perdona. Nemmeno l’ennesimo successo, targato Olly, è stato facile da digerire per l’opinione pubblica: il 75esimo Festival di Sanremo si chiude ancora nel nome di Marta Donà, che cura l’immagine del giovane cantautore, ma in molti gridano al complotto. 

Marta Donà conquista ancora l’Ariston

Lo conferma la reazione del pubblico presente all’Ariston che avrebbe preferito veder vincere Giorgia, la Todrani invece finisce il proprio percorso sesta (subito prima di Achille Lauro) e apre le polemiche post sanremesi. Sembra di vedere un film già noto, lo scorso anno è accaduta la stessa cosa dopo la vittoria di Angelina Mango

Marta Donà prova costumi con Olly
Marta Donà trionfa a Sanremo 2025 dopo la vittoria di Olly

Il pubblico in sala avrebbe voluto Geolier vincitore e la figlia del compianto cantautore Pino Mango subito dietro. Diatriba proseguita anche nelle settimane successive al Festival. Cambia l’ordine dei fattori, nella proprietà transitiva dell’industria musicale, ma non il risultato. 

Gli inizi in Sony

Vince ancora Marta Donà, vincono le sue scelte e l’ecletticità che l’ha portata a cambiare e cambiarsi nell’arco degli anni. Infatti La Tarma Records nasce da un’esigenza diversa e una buona dose di lungimiranza. Marta Donà è sempre vissuta all’interno del panorama musicale italiano: è la nipote di Adriano Celentano e Claudia Mori. Quando cresci con “il molleggiato” in casa, l’arte di districarsi fra i capolavori diventa DNA. 

Marta Donà con Angelina Mango
La manager veronese ha portato al successo Angelina Mango

La giovane donna impara a riconoscere il talento, con il favore del tempo trasforma questa attitudine in lavoro: si laurea in Scienze della Comunicazione a Verona e nel 2006 inizia a lavorare come addetta stampa, tre anni più tardi entra in Sony con la qualifica di press agent. 

La svolta con Marco Mengoni

La svolta definitiva nel 2011: Marco Mengoni le propone di diventare la sua manager. Una conversazione davanti a un caffè in un bar di Roma cambia la sua vita radicalmente. Lei si mostra un po’ titubante – come racconta nella pagina ufficiale della società che ha fondato – ma Marco Mengoni la convince con una “bellissima – testuali parole – dichiarazione d’amore”. Quello che non sai, rivela Mengoni, provo a farlo con te. Insomma, impareranno insieme. 

Marta Donà e Francesca Michielin a XFactor
Francesca Michielin è tra gli artisti de La Tarma Records

Quella che sembrava una speranza diventa certezza con i primi successi e le altrettante gratifiche: Mengoni passa dall’essere una sorpresa a diventare un fenomeno Pop dalla caratura internazionale. Nel 2015 La Tarma Records diventa un’impresa affermata e a vincere – idealmente – è anche Marta Donà che lascia alle spalle la Sony cominciando a camminare con le proprie gambe. 

La scoperta di Angelina Mango

Il salto di qualità è arrivato due anni prima (2013) grazie alla vittoria di Mengoni sul palco dell’Ariston: L’Essenziale ha emozionato tutti e segnato il cammino di un artista poliedrico con accanto una manager non più in erba. 

Al punto che, nell’agenzia di Donà, entrano personalità del calibro di Francesca Michielin, Holden e Angelina Mango. Seguiranno, poi, altri nomi di successo. Non solo in ambito musicale. Donà, infatti, non si accontenta più e amplia ulteriormente la propria visione imprenditoriale dando seguito a La Tarma Agency in cui rappresenta e cura l’immagine di professionisti dell’intrattenimento.

Cattelan e l’intrattenimento

Uno su tutti: Alessandro Cattelan che figura, tra gli altri, come co-conduttore della 75esima edizione del Festival di Sanremo oltre ad essere volto di punta della nuova Rai. L’esperienza a Sky è servita come volano: ora il conduttore e speaker è pronto a prendersi tutto. Come fece Mengoni a partire dal 2011. Sempre con la manager 42enne al fianco. 

Marta Donà con Alessandro Cattelan
Alessandro Cattelan nel management di Marta Donà

Marta Donà osa e ringrazia i propri talenti che cura e coltiva come fossero figli. Questo amore maniacale, seguito dall’attenzione al dettaglio e la scelta meticolosa dei progetti, sfocia in soddisfazioni sempre nuove. 

La nuova Caterina Caselli

Dati alla mano la manager originaria di Porto Tolle ha raggiunto Caterina Caselli e la Sugar per numero di talenti vincitori della kermesse sanremese. Nell’ordine Marco Mengoni (2013; 2023), Maneskin, Angelina Mango e Olly. 

Poker d’assi in grado di lanciare la donna nell’Olimpo degli impresari musicali e non solo. Marta Donà, dopo quest’ultimo Sanremo, ha vissuto più di due vite per citare un suo cavallo di razza. L’Ariston diventa l’ombelico del mondo musicale, non solo grazie a Jovanotti. Dietro un grande uomo, stavolta, c’è una grande Donà.